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DON SANTO PEROTTO
UN DON QUASI SCONOSCIUTO A BUSSOLENGO.
 
SantoPerotto1
E' una figura scarsamente conosciuta in paese; pochi lo ricordano in quanto solo negli ultimi anni della sua vita ha vissuto con continuità a Bussolengo anche se la famiglia è qui presente dai primi anni del 1600 quando un suo antenato, Santo, vi si trasferisce da Santa Maria alle Stelle di Grezzana. Don Santo ha vissuto molti anni nel Trentino ed in Abruzzo facendosi conoscere ed apprezzare per la sua dinamicità e per le sue opere.
Di seguito una sua biografia redatta dalla comunità di Marani di Ala dove don Perotto è stato pastore per alcuni anni e dove è stato il promotore della edificazione della chiesa.
Ringraziamo per l'articolo e le informazioni il sig. Robol di Marani e la fu signora Carla Zavarise, nipote di don Perotto.
  
  

DON SANTO PEROTTO ANIMA DELLA CHIESA DI MARANI.
  
Don Santo Perotto nasce a Bussolengo, in provincia di Verona, il 27 giugno 1890. Papà Giovanni sposa Caterina Manzati il 31 ottobre 1875 e vanno ad abitare nella casa di Vicolo Rivolti numero 26.

Maria, Pasqua, Emilia, Erminia, Angelo, Ettore e Dosolina sono gli altri fratelli di don Santo che, dopo aver frequentato la scuola dell’obbligo, continua gli studi con ottimi risultati, conseguendo il Diploma di Scuola Superiore presso il Ginnasio Vescovile di Verona.

Entra quindi in seminario, dove completa il suo percorso di formazione ecclesiale il giorno 8 agosto 1914, quando viene ordinato sacerdote nella chiesa di S. Maria Maggiore della sua città natale.

Nello stesso anno muore papà Giovanni, fino ad allora impegnato nella conduzione del laboratorio di falegnameria. Sono i figli Angelo ed Ettore che proseguono il lavoro di “commercianti mobilieri”, l’antica tradizione della famiglia, conosciuta in tutto il Veneto, ma anche a Milano e nel Trentino. I “Perotti” diventano esperti artigiani del legno, specie nell’approntare mobili su misura ed interamente fatti a mano presso il laboratorio annesso all’abitazione.

Nell’anno 1915, quando l’Italia entra in guerra durante il primo conflitto mondiale, don Santo inizia il suo lungo pellegrinaggio apostolico, che lo vedrà attivo protagonista presso varie comunità religiose, tra le quali anche quella di Marani, la piccola frazione del Comune di Ala in provincia di Trento. Trasferito come cappellano militare nel reparto ausiliario della Sanità a Pescara, nei primi anni della Grande Guerra, svolge assistenza spirituale presso i centri profughi e gli ospedali da campo dei rifugiati, dove inizia la sua vera missione sacerdotale, fatta di preghiera e di opere di bene per la gente bisognosa. In terra abruzzese aumenta la sua devozione al Sacro Cuore di Gesù, diffondendo le promesse legate all’immagine sacra e al culto religioso. Il suo esempio di carità disinteressata fa breccia nella popolazione pescarese, che sarà pronta ad accoglierlo nuovamente una quindicina d’anni dopo.

Rientrato a Bussolengo alla fine del 1918, don Santo presta la sua opera di aiuto e di sostegno alle popolazioni dei paesi veneti e trentini più duramente colpiti dalle devastazioni prodotte dalla guerra.

Dapprima, accompagnato dall’inseparabile sorella Dosolina che lo segue ovunque, si trasferisce ad Ala ed alloggia nella casa dei Padri Pavoniani, situata nel vicolo omonimo adiacente a piazza San Giovanni.
  

Successivamente raggiunge Marani, il piccolo insediamento situato a ridosso della seconda linea delle trincee italiane prospicienti il rio San Valentino. Lavora al ripristino delle abitazioni e cura soprattutto la sistemazione della scuola elementare, che sotto la sua guida viene riaperta nell’anno 1920.
  
Accolto dalla comunità locale, è ospitato presso la famiglia Tognotti “Menotti”, nell’edificio della Masera Tabacchi ai Marani Primi, in contrada Borgo General Cantore.
  
Durante i primi anni della sua permanenza nella frazione di Ala, celebra la S. Messa in uno scantinato ai Marani Secondi (contrada Cumerlotti), nella casa di Pinter Giacomo, poi residenza della famiglia Franco Pinter e Nella Trainotti.
  
Presso l’edificio scolastico svolge anche funzione direttiva ed organizzativa, oltre ad essere insegnante di Religione ed infaticabile promotore di tante uscite didattiche con gli alunni a Trento e Rovereto.
  
È ancora lui che, agli inizi del 1922, manifesta la necessità di realizzare una chiesa per la gente del luogo che ogni domenica è costretta a recarsi ad Ala o salire al santuario di San Valentino per partecipare alla S. Messa.
  
SantoPerotto5Don Santo convince i proprietari del posto a donare il terreno su cui edificare il luogo sacro. Nello stesso tempo costituisce ed anima un apposito Comitato promotore, che porterà a termine, con l’aiuto delle famiglie di Marani, il decoroso edificio di culto. Molte donne, munite di una lettera di presentazione, si recano nelle valli del Trentino e nelle zone del Veronese per chiedere offerte e aiuti.

In corso d’opera, però, le ristrettezze economiche e la pesante eredità lasciata dal conflitto mondiale faranno abbandonare i lusinghieri progetti di una chiesa pensata con un alto campanile, due cappelle laterali ed una piccola canonica.

I lavori, infatti, iniziati già nella primavera del 1922, subiranno una forte accelerazione e si concluderanno nel giro di pochi mesi, tanto che l’inaugurazione della chiesa e la sua intitolazione al Sacro Cuore di Gesù avverranno il giorno 3 dicembre dello stesso anno.

Immaginando gli impegni assunti e le responsabilità oggettive vissute da don Santo Perotto, non a caso nel discorso inaugurale pronunciato dall’Arciprete Decano di Ala di allora, don Alessandro Tita, si possono leggere le seguenti parole... “don Santo Perotto, alla tua anima di apostolo tenace e generoso, che seppe sprezzare e trionfare di tutti gli ostacoli che si opponevano alla riuscita dell’impresa, che era divenuta il bisogno della tua esistenza... la tua memoria sarà incancellabile in questa frazione...”.

A Marani, don Santo proseguirà la sua missione e il suo impegno di insegnante fino all’anno scolastico 1924/1925, ma la sua caparbietà ed intraprendenza lo porteranno lontano.

In molti centri della Vallagarina, partecipa alla costituzione di altrettanti Comitati Patriottici, nell’intento di raccogliere offerte e donazioni per le famiglie povere e bisognose della zona. Tiene conferenze e riunioni anche per le alte sfere della gerarchia fascista, ma nelle sue prediche ostenta sempre il bene comune e l’elargizione del denaro ai poveri. Nell’anno 1926 riceve la nomina di Delegato Pastorale presso la curazia di Bronzolo, il centro altoatesino della Parrocchia di Ora, che fino all’anno 1964 ha fatto parte della Diocesi di Trento.

Anche a Bronzolo, don Santo dimostra di essere un sacerdote infaticabile e generoso. Segue perfino il gruppo dei “zattieri” che, utilizzando le piene dell’Adige, traghettano il legname verso Verona.

I ragazzi, la formazione dei giovani ed il mondo della scuola sono però la sua profonda ed innata passione! Non passano che pochi anni ed il suo livello culturale si perfeziona a Merano, dove consegue il Diploma Magistrale e la specializzazione in tedesco, la seconda lingua, che parla a contatto con la gente del luogo. Proprio per aiutare i bambini a migliorare la pronuncia in italiano, istituisce, in collaborazione con la Circoscrizione Scolastica del Brennero, il “premio” Colonia Marina di Genova, un soggiorno al mare gratuito, al quale accedono tutti i ragazzi frequentanti un apposito corso di miglioramento della lingua italiana. Sono centinaia e centinaia i ragazzi che raggiungono annualmente la colonia di Genova Voltri, gestita e sostenuta da offerte e donazioni. Per il notevole impegno e l’intensa attività organizzativa, anche don Santo Perotto riceve un gradito premio, tramite la sezione genovese del Comitato Nazionale per l’assistenza religiosa nell’esercito. Un prezioso altare da campo, per poter celebrare la S. Messa all’aperto e in occasione dei raduni giovanili dell’Azione Cattolica, viene donato dalla famiglia del Marchese Agostino e Maria Cattaneo Adorno, assieme al prezioso arredo sacro, costituito dal calice e dalle suppellettili sacre in argento.
  

Dopo l’esperienza in Alto Adige, don Santo Perotto ritorna in Abruzzo, in quei luoghi dove probabilmente è richiamato dalla fede nel Sacro Cuore di Gesù, la stessa che lo aveva sostenuto nella realizzazione della chiesa di Marani.
  
È il 1932 e, dopo alcuni anni di permanenza a Pescara, si trasferisce a Chieti presso un’altra parrocchia dedicata al Sacro Cuore, una devozione molto radicata in tutta la regione adriatica. A Chieti don Santo rimane fino all’anno 1939. È impegnato nelle lezioni di Religione al Seminario Arcivescovile, collabora al riassetto dell’edificio sacro apportando ristrutturazioni e abbellimenti oltre a sostenere l’incarico organizzativo per le manifestazioni celebrative delle ricorrenze annuali, come le processioni per il Corpus Domini o le Veglie della Settimana Santa.
  
Dopo qualche anno, nel 1936, viene nominato Canonico della città di Chieti ed entra a far parte di un gruppo di sacerdoti che lavorano insieme, ma in distinti uffici, presso la stessa Diocesi. Indossa così la prestigiosa toga di colore viola e la mantellina di ermellino, segno di onorificenza e di merito per il bene elargito. Il vestito di pura seta è un regalo dei fedeli, che vogliono ricambiare con un simbolo religioso il lavoro e la generosità del sacerdote.
  
Don Santo, però, è uomo semplice e riservato, e vestirà solo in ricorrenze del tutto particolari i guanti, lo zucchetto color porpora e la tradizionale cintura con le fibbie d’argento. Nei suoi spostamenti o al rientro a casa, per i brevi periodi di riposo, veste sempre la dignitosa “telàra” nera e sulla testa il tradizionale berretto nero da prete. Quando si ritrova al bar Scaligero di Bussolengo, con gli amici d’infanzia Girolamo Zanca e Luigino Dall’Aglio, sembra che il tempo non sia passato.
  
La stessa cordialità, il solito buon umore e l’immancabile visita all’ospedale tra gli ammalati. Celebra spesso la Santa Messa presso le Suore Ancelle della Carità.

Durante il periodo della seconda guerra mondiale è spesso vicino alla famiglia, ma le sue visite agli ospedali da campo e agli ammalati non hanno sosta. Finita la guerra, dopo aver lasciato Chieti, assume l’incarico come insegnante di religione presso l’Istituto Tecnico Statale “Tito Acerbo” di Pescara, alla cui Presidenza è chiamato il prof. Michele Balìce, una figura determinante sia per la storia della scuola che per buona parte della vita culturale della città.

Con l’amico Preside, don Santo collabora soprattutto alla predisposizione di corsi formativi, che preparino concretamente a quello che sarà il successivo boom economico degli anni sessanta; le centinaia di giovani Ragionieri e Geometri che conseguiranno l’abilitazione in quegli anni ricorderanno a lungo proprio il binomio Balìce – Perotto.
  

Spesso, durante le vacanze, gruppi di studenti raggiungono Bussolengo per far visita al sacerdote e, nell’anno 1953, addirittura un centinaio di allievi fra i più meritevoli per profitto e condotta sono ospitati a casa della famiglia Perotto, dove mamma Caterina si supera per bravura nonostante l’avanzata età.
  
SantoPerotto2A pochi mesi dalla sua morte, la scuola apre a Pescara una raccolta di offerte per istituire una specifica Borsa di studio in memoria di “Caterina Manzati” ed in poche settimane si raggiunge l’allora ragguardevole cifra di seicentomila Lire, la cui rendita annuale sarà devoluta agli alunni più meritevoli.
Anche sul notiziario dell’Istituto appare un articolo, che ricorda con queste parole la figura esemplare della mamma di don Santo Perotto: ...“donna di elette virtù e di grande bontà d’animo, dedicò la sua centenaria esistenza ad opere di bene... amava il nostro Istituto attraverso l’opera instancabile ed appassionata del Suo diletto figliolo”...

La scuola è ubicata a Pescara in via Pizzoferrato, a poche decine di metri dalla stazione centrale, in una posizione strategica e affollata. Don Santo è talmente conosciuto da essere salutato e fermato da tutti; i ragazzini gli corrono incontro chiamandolo per nome, la sua notorietà è forse più marcata in Abruzzo che non nel suo stesso paese di origine.

Gli anni corrono e il suo rientro definitivo a Bussolengo avviene nell’anno 1960.
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Ancora per qualche tempo, l’anziano Monsignore mantiene inalterati i suoi numerosi impegni e il suo instancabile prodigarsi a sostegno delle persone povere e bisognose. Poi i primi segnali della malattia ed un improvviso regresso delle attività. Lentamente anche la sua vivacità d’animo si placa, la sua esuberanza nel fare rallenta e, nel silenzio, il suo atteggiamento si raccoglie spesso nella meditazione.
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Poi, nell’ultimo periodo di vita, la sopportazione serena della malattia e le sue preghiere al Sacro Cuore di Gesù fino alla morte, avvenuta il 24 giugno 1969.
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