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fino a pochi decenni fa. Bravo Circolo Noi. Da vedere.

 

NOTA INTRODUTTIVA DI GIV:
Don Giuseppe Turri è una figura certamente controversa, ma, altrettanto certamente, importante per Bussolengo sia per il suo impegno apostolico sia per la sua attività orientata al recupero, anche scolastico, dei giovani.

Di lui don Giovanni Battista Barbi, curato di Bussolengo della prima metà del 1800, dice in Memorie di religione, di morale e di letteratura del 1853:

DonTurri DaDonBarbi

Quanto segue è stato scritto dal Gruppo NOI di Bussolengo che ha "assemblato" scritti provenienti da varie fonti.


La sua vita.

Don Giuseppe Turri nasce a Bussolengo il 4 settembre 1790 in una agiata famiglia di commercianti. Spiccatamente incline allo studio, dal quale verrà bruscamente a distoglierlo una malattia della vista contratta nel 1811, entra nel Seminario Vescovile.

Costretto a lasciare il seminario termina il suo curriculum di studi privatamente sotto la guida di un sacerdote. Tramite gli Oratoriani, che hanno una casa di villeggiatura a Bussolengo, conosce e frequenta il padre Antonio Cesari (1760-1828). In quel tempo il celebre Oratoriano teneva a Verona lezioni di sacra eloquenza e, contemporaneamente, esercitava con grande successo il ministero della parola.

A questa attività il Turri si sarebbe dedicato per tutta la vita, prima in maniera saltuaria, quindi in forma sempre più continuativa, specialmente dopo la conclusione della sua unica esperienza di cura d’anime, come economo spirituale della parrocchia natia durante gli anni 1829-1833.

Nel 1835 si stabilisce a Verona da dove è più facile intraprendere i frequenti viaggi apostolici che lo conducono non solo fuori dai confini della diocesi ma anche in altri Stati.

Diventa “predicatore a tempo pieno” e si dedica agli esercizi spirituali al clero, alle religiose e al popolo, alle missioni, a predicazioni minori come novene, tridui, panegirici e si reca da Verona a Pavia, Piacenza, Milano, Torino, Roma, Venezia, Vienna, Trieste, in molte altre città e paesi minori come Bussolengo, Calmasino, Bovolone, Lonato, Montichiari, Cittadella, Pergine, Riva, Nonantola, Carpi.

Benché intenso, questo ministero gli concede lunghe pause che impiega in molteplici attività di carattere letterario, sociale e religioso.
Molti di questi scritti sono indirizzati ai giovani per i quali il Turri si adopera anche in altri modi, per esempio fondando oratori festivi in diverse città. Un aspetto spiccato della sua personalità è anche l’interesse per le classi più umili, che già verso il 1817 lo induce a promuovere la Confraternita della Carità a Bussolengo.

Nel 1847 offre alla deputazione comunale di Bussolengo uno stabile perché il Comune ne faccia un ospedale, ma l’offerta non ha seguito perché l’amministrazione la ritiene inadeguata alle occorrenti spese. Per dare alle sue collaboratrici un’adeguata formazione, tanto sotto il profilo spirituale che professionale, chiama dal Tirolo due Suore della Misericordia.

Nel 1844 e nel 1846 aveva pensato di chiamare a Bussolengo le Redentoristine, quindi le Suore dell’Ordine Teutonico, e le Figlie di Maria Bambina.

Nonostante le smentite, egli nutre probabilmente il segreto proposito di dar vita a un nuovo istituto religioso, quindi alle Ancelle della Carità di Brescia che accettano la donazione nel 1853 e il 7 dicembre 1855 aprono la nuova casa a Bussolengo.

Le rilevanti spese e le preoccupazioni procurategli da tali iniziative non lo arrestano e nello stesso anno 1855 fonda a Bussolengo il Collegio dei giovanetti discoli derelitti affidandolo ai Figli di Maria di Brescia cioè ai Pavoniani.

Questi cenni bastano a dimostrare che il Turri merita di essere ricordato tra i protagonisti del cattolicesimo veronese del XIX secolo. Egli fu in relazione con molti di essi come Bertoni, Bresciani, Mazza, Provolo, Steeb ed altri, e ne condivise l’impegno apostolico anche se non ne ebbe la medesima forza spirituale e umana.

I limiti del suo carattere non sfuggono a chi si ponga a esaminarne la personalità.

Incline ad infiammarsi per nuove imprese, ne perseguiva la realizzazione con un impeto insofferente di ogni ostacolo. Ma spesso la sua carica di dinamismo si esauriva prima che i risultati conseguiti si fossero sufficientemente consolidati. Impiegò notevoli somme e molto del suo tempo e delle sue energie per appagare un incontenibile bisogno di vedersi al centro dell’attenzione, di sentirsi riverito ed amato. Si adoperò inoltre per il riscatto e la riapertura delle chiese di Bussolengo, il ritorno dei Minori Osservanti e la venuta, nel 1856, dei Padri Redentoristi.

Già settantenne fonda a Verona l’opera dell’Adorazione Perpetua.

Trascorre gli ultimi anni di vita nella solitudine e nella cecità.  Muore il 3 luglio 1863.


Don Turri nei guai.

Nella casa-convento acquistata da don Turri in vicolo Venezia (la stessa nella quale il sacerdote voleva erigere l’ospedale nel 1847) sono ospitate tre signore: una portinaia, una direttrice e una maestra che gestiscono due scuole femminili frequentate da circa 90 ragazze.

Domenica 11 agosto 1850 il deputato Domenico Benati, mentre è alle funzioni religiose, viene avvisato da persona onoratissima che sta succedendo qualcosa di grave al così detto convento delle monache di don Turri. Si sono udite infatti grida e minaccie feroci del sacerdote Turri e preghiere, lamenti, singulti, pianto e grida femminili.

Il Deputato si reca subito in vicolo Venezia in tempo per sentire gli ultimi strascichi della concitata disputa. Non osa però entrare e quando tutto è silenzio si allontana.

Il giorno seguente il Benati trova al protocollo comunale una istanza della maestra Maria Ferrari, una delle tre giovani ospitate dal Turri, nella quale gli viene chiesto di presentarsi al convento per una importante deposizione. Il Benati si reca quindi al convento accompagnato dal deputato Scolari, dal segretario e dal cursore.

Secondo il racconto della signorina Maria Ferrari, don Turri le aveva fatto pervenire una lettera con firma autografa piena di contumelie ed insulti contro il reverendo arciprete don Bartolomeo Dal Fior e il suo coadiutore don Gerardo Fraccaroli chiedendole di farne copia per le persone interessate e avvertendo che sarebbe passato, al suo ritorno da Verona, per ritirare la lettera.

La Ferrari, temendo di essere compromessa restituendo l’originale, lo aveva poi messo in mani sicure.

Pochi giorni dopo don Turri si presentava per riavere il suo scritto, ma trovandosi di fronte al netto rifiuto della Ferrari, comincia a minacciarla. Non ottenendo quanto chiesto, don Turri fa rompere e sollevare dal muratore Giacomo Rubeti il coperchio di un buffetto sospettando vi sia nascosto lo scritto, apre i cassetti dell’armadio e mette tutto sottosopra. Rinchiude poi la maestra in uno sgabuzzino per continuare le ricerche. La Ferrari, riuscita a fuggire dalla finestra, si trova però di fronte don Turri con in mano una piccola cassetta chiusa a chiave nella quale sono contenute delle sue lettere personali e riservatissime e nel tentativo di strappargliela, viene spinta e strattonata in malo modo.

La deputazione, dopo aver sentito il racconto, in accordo con il parroco, manda il processo verbale al vescovo per la procedura canonica e invia uno scritto al commissario nel quale si lamenta del comportamento di don Turri: No, non pensi il sacerdote don Turri di continuare ad illudere con millanterie o promesse inadempienti il proprio paese.

Non si conoscono i provvedimenti presi dalle autorità ecclesiastiche nei confronti di don Turri né quelle prese dalle autorità politiche. La maestra Ferrari, come promesso dal parroco, viene tolta dal convento e sistemata presso persona fidata.

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