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Ottobre 2022

Un documento che cita uno dei tanti incendi generati in Bussolengo dagli Alemanni.

Agosto 2021
È stato l’uomo del sorriso e della partecipazione, volentieri aiutava chiunque volesse fare ricerche.
In ricordo del prof. Elio Bonizzato, nel decimo anniversario della morte 2011-2021.
Marzo 2021
Una grande storia quella della Filanda dei Danese.
Aurelio ce la racconta.
Febbraio 2021
Molti sono stati i Bussolenghesi emigrati negli States, in particolare in Pennsylvania a fare i minatori.
E sempre difficili sono state le loro vite, ma quella di Ferdinando è sicuramente tragica.
22 Giu 2017
Durante la recente Festa di San Valentino il Gruppo Noi ha organizzato una bellissima mostra sulla
Scuola a Bussolengo. Leggi la Storia della Scuola nel nostro paese e la vita di un suo protagonista.
31 Maggio 2017
Per ricordare l'indimenticabile arciprete mons. Angelo Bacilieri riportiamo
l'iscrizione funebre che appare sulla registrazione della sua morte.

Indice articoli

I NOSTRI NONNI IN AMERICA:
IN PENNSYLVANIA A FARE I MINATORI.
Premessa.
Quanto segue non vuole, e non può certamente, essere un documento scientifico e tanto meno esaustivo di un fenomeno dalle dimensioni epocali.  Nasce dalla mia curiosità di conoscere meglio quanto fin da piccolo sapevo: mio nonno era stato in America ed alcuni miei zii erano nati lì. Da questa “memoria” è partita una ricerca, principalmente basata sul grande mondo del WEB, ma anche sui ricordi ed i documenti spersi nei cassetti, oltre che da contatti con (prima) sconosciuti cugini americani. Le sorprese sono state molte, ma la più grande è stata scoprire quanti nostri concittadini di Bussolengo e dintorni, dagli ultimi decenni del 1800 fino a metà del secolo scorso, abbiano cercato un miglioramento alle loro condizioni economiche, spesso molto misere, andando a lavorare all’estero. E molti di loro si sono diretti verso gli Stati Uniti, in particolare verso la Pennsylvania, dove sono andati a fare i minatori, mettendo spesso radici e diventando “mericani”. I documenti che ho recuperato sono relativi ai miei nonni; in questo articolo userò questi, ma le informazioni che si ricavano da essi sono chiaramente estendibili a tutti i Bussolenghesi che sono andati a cercare fortuna (sopravvivenza!?) negli USA (un click per una lista parziale)
   
1. Il fenomeno migratorio italiano.  
E’ un fatto sconvolgente per lo Stato Italiano, nel suo primo secolo di vita. Si calcola che, dall’unificazione fino ai primi anni settanta del 1900, siano circa 27 milioni gli Italiani che si sono trasferiti all’estero, spesso contribuendo a cambiare la fisionomia dei paesi raggiunti. Basti ricordare in particolare l’Argentina, “Italiana” in una parte molto consistente; ma anche il Brasile, alcuni stati europei e gli Stati Uniti, dove i cognomi italiani sono molto numerosi, ed i risultati sono stati ottimi in tutti i campi (non solo malavitosi!). Inizialmente i flussi furono diretti verso Francia, Svizzera, ma anche Belgio, Germania, Gran Bretagna; a cavallo del 1800-1900 si indirizzarono in prevalenza verso i paesi dell’America del Sud  (Brasile, Argentina) e verso gli Stati Uniti. Nel decennio giolittiano si arrivò ad 800-900.000 emigranti all’anno. Le cause del fenomeno sono facilmente individuabili nella crescita demografica italiana (con conseguente scarsezza di risorse) e nello stesso sviluppo industriale che espelleva manodopera agricola senza poterla re-impiegare, provocando di conseguenza una sempre maggiore povertà ed indigenza. Alle ricerca di una vita più dignitosa, gli uomini partirono da soli per esplorare le possibilità offerte, in particolare dal nuovo continente; poi cominciarono a richiamare le proprie famiglie che partirono al loro completo, spesso aiutate da vicini e parenti che già avevano compiuto quel viaggio. Di anno in anno, ai porti d'imbarco, si notava che le partenze dei nuclei familiari divenivano più numerose mentre quelle di singoli individui si facevano più rare.
   
Il risultato di tutto ciò fu che, nei primi anni del 1900, le rimesse dall’estero divennero la voce più importante della bilancia dei pagamenti consentendo il rinnovo tecnologico industriale (1902-1913) e l’avvio del recupero del paese. Molti italiani si stabilirono definitivamente nei vari paesi di adozione, ed i loro figli nacquero lì divenendo, a tutti gli effetti, cittadini di quei paesi. Le loro sfide più importanti furono l’integrazione nel nuovo paese e la ricerca di quel minimo di benessere tanto ambito, ma con questo non dimenticarono le loro origini, trasferendo la nostalgia della loro casa ai propri discendenti. Si dice infatti che la loro terza/quarta generazione sia quella che, più delle prime, sente il richiamo delle origini. In effetti, basta visitare i siti web USA e si scopre un proliferare di enti che aiutano nella ricerca degli antenati emigranti e di associazioni che si richiamano alle origini (per esempio la Sons of Italy in America in Pennsylvania).

      
2. L’emigrazione di Bussolengo.
A livello generale, penso che una precisa (anche se sintetica) fotografia del fenomeno l’abbia data il libro “BUSSOLENGO Immagini di Storia“ di cui riporto fedelmente il relativo paragrafo.
   
Tra il 1905 e il 1908 si accentua particolarmente a Bussolengo il fenomeno di immigrazione e di emigrazione dapprima tra paese e paese della provincia di Verona (142 immigrati e 187 emigrati a Bussolengo nel 1908; 222 immigrati e 169 emigrati nel 1911) e, susseguentemente, di emigrazione verso i paesi stranieri. Negli stessi anni 1905-1908 il comune di Bussolengo rilascia ben 224 passaporti per l'estero, la maggior parte dei quali con destinazione Germania (184), Svizzera (162), Austria (164) e Stati Uniti (53), molti di questi ultimi verso la Pennsylvania (il totale non corri­sponde giacché i passaporti potevano essere rilasciati per più destinazioni). È una cifra considerevole se rapportata ai 4013 abitanti di Bussolengo nel 1908. D'altronde, secondo una stima elaborata dall'amministrazione comunale e dalla Congregazione di Carità, nel 1912 a Bussolengo vi sono 380 famiglie per un totale di 1.965 persone che vivono in condizioni di povertà e come tali esentate dal pagamen­to dei medicinali.“ .
  
3. L’emigrazione negli USA.
Come si è detto, in particolare a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, gli Stati Uniti d’America sono stati una delle mete più ambite dai nostri emigranti, che vi arrivarono sempre più numerosi nel corso degli anni. Gli Stati Uniti erano un paese pieno di risorse naturali, che necessitava di molta manodopera e dava la possibilità a tutti di realizzarsi, …. un paese spesso di frontiera, molto molto duro!
E così tanti nostri concittadini vi si diressero per cercare di riscattarsi da una povertà dilagante.
Non è sicuramente di Bussolengo l’emigrante che risponde all’interrogatorio riportato di seguito (da un lavoro del senatore degli Stati Uniti William A. Chandler), ma lo riferisco lo stesso in quanto sintomatico di quali potevano essere le condizioni dei poveretti che sbarcavano nei porti americani:
Che facevate in Italia?
Il contadino.
Quanto guadagnavate al giorno?
Dieci soldi e il cibo.
Il cibo era sufficiente per voi e per la vostra famiglia?
No, il cibo era per me solo, i dieci soldi servivano a far vivere la famiglia.
Naturalmente l'alloggio era gratuito?
No, dovevo pensarci a mie spese.
Quando vi siete imbarcato avevate denaro?
Nemmeno un soldo.
Possedete almeno qualche oggetto di valore?
Non posseggo nulla.
   
Dieci, venti, trenta dollari e spesso niente: ecco quel che portava con se un emigrante. Partiva da un porto molto spesso fuori dall’Italia, ed entrava, assieme ad altri miseri come lui, nelle profondità delle navi a vapore che facevano i viaggi transatlantici. Certamente per loro non erano navi da crociera; l'aria mancava e lo spazio era così ristretto che si faticava a stendersi. Le navi erano dotate di cabine di prima e seconda classe, accessoriate con molti confort; ma i più poveri (la maggioranza degli emigranti) venivano “stivati” nello steerageQuesto termine indicava un trattamento che, in particolare nei primi decenni del 1800, rasentava il disumano. I passeggeri dello steerage dormivano nella “pancia” del bastimento, in file di cuccette provviste di materasso, ma non di coperte, in spazi soffocati, con tavole ed altro che occupavano il corridoio fra le file. Era diviso in tre settori, quello dei maschi singoli, quello delle femmine singole, ed in mezzo quello delle coppie sposate. Ciascuno scompartimento era separato da un boccaporto; una certa severità veniva applicata per l’accesso al settore delle donne non sposate, per evitare promiscuità ed abusi sulle stesse, da parte anche dei ricchi viaggiatori di prima e seconda. Il cibo delle classi superiori era basato su carne e pane fresco, mentre quello dello steerage consisteva in carne secca o salata, in gallette e patate; raramente mancava, ma certamente non era particolarmente nutriente e sano. Verso il 1890 il temine “steerage” cominciò ad andare in disuso; venne sostituito da “terza classe” e vennero introdotti alcuni miglioramenti (tra cui il pane fresco), pur tuttavia la vita sul bastimento non dovette essere migliorata di molto!
   

4. Ellis Island.
Alla fine di un simile viaggio di 10-15 giorni sull’oceano, ecco l’America! Ecco, per la maggior parte di coloro che emigrarono dopo il 1892, Ellis Island. E’ un’isola situata all’ingresso del porto di New York all’ombra della Statua della Libertà. Nei secoli è stata dapprima un isolotto che a malapena spuntava sopra la marea, poi il posto dove si impiccavano i pirati; un luogo di difesa del porto, un deposito di munizioni ed infine, dal 1892, il punto di ricevimento degli emigranti.
  
Dal 1855 al 1890 entrarono in America circa 8 milioni di europei, tipicamente dalla Gran Bretagna, Irlanda, dalla Scandinavia, dalla Germania, ma anche, in minor numero, dall’Italia. Crearono il “nocciolo duro” del giovane stato. Lo stato di New York li accolse in Castle Garden in the Battery che, con Ellis Island, faceva parte delle fortificazioni del porto. Verso la fine del secolo divenne evidente che il luogo era ormai inadatto allo scopo ed inoltre l’organizzazione era inefficiente e corrotta. Venne così creata una nuova struttura in Ellis Island, inaugurata il 1’ gennaio del 1892; il primo emigrante a porvi piede fu, il giorno dopo, Annie Moore, una ragazza irlandese di 15 anni, accompagnata dai suoi fratelli. Nello stesso anno anche alcuni Bussolenghesi arrivarono a New York per cambiare vita; certamente preceduti da altri (pochi), negli anni precedenti.
Nei successivi 62 anni, più di 12 milioni di emigranti passarono da questa isola. Purtroppo, nel 1897, un incendio divampò nell’isola, favorito dall’uso vasto di costruzioni in pino; fortunatamente non ci furono morti, ma andarono persi numerosi registri dell’emigrazione dal 1855, e ciò fa comprendere perché le informazioni attualmente disponibili partano essenzialmente dal 1892. Nel 1900 la costruzione di nuovi edifici a prova di incendio fu completata. Altri porti accolsero gli emigranti: Boston, Philadelphia, Baltimora, San Francisco … Ma l’afflusso maggiore passò da questa piccola isola, ora divenuta un importante museo.
  
Come si è detto, le classi erano 3; le prime due, le più costose, oltre a fornire ogni tipo di “comodità” per affrontare l’attraversata, procuravano un lasciapassare quasi automatico per l’ingresso nel paese.Le autorità ritenevano che i passeggeri che potevano pagare i relativi biglietti avessero meno probabilità di divenire un “peso” per la sanità e la legge locale; quindi erano sottoposti ad una superficiale verifica fatta a bordo delle navi e, solamente se veniva riscontrato un qualche problema sanitario o legale, venivano avviati al controllo ben più severo cui invece erano sottoposti i passeggeri di terza (prima, dello steerage). Le navi attraccavano ai moli sull’Hudson e East River, dove i passeggeri di prima e seconda classe, una volta passata la dogana, erano liberi di entrare negli Stati Uniti. Quelli di terza classe venivano trasportati con traghetti o chiatte ad Ellis Island dove subivano approfondite indagini mediche e legali. Se i documenti erano in ordine e lo stato di salute ragionevole, l’ispezione durava da tre a sei ore. La visita medica tendeva ad appurare in particolare la presenza di malattie infettive o gravi, comprese quelle mentali; lo scopo era di non ammettere soggetti che potessero divenire un problema per lo stato. Col tempo, i medici addetti divennero molto abili nell’individuare i soggetti problematici riducendo così i tempi.  La successiva visita era orientata ad individuare soggetti con problemi legali e consisteva nel verificare la veridicità delle risposte alle 29 domande contenute nel documento di imbarco compilato alla partenza. L’isola era chiamata “Island of Tears – Isola delle Lacrime”, ma a dispetto del nome il trattamento era generalmente umano e mediamente solo il 2% degli aspiranti all’ingresso nel paese veniva respinto.
     
Ovviamente l’immigrazione così massiccia provocò reazioni da parte di attivisti “protezionisti” della razza dei primi immigranti.
Furono fatte leggi restrittive e controlli maggiori che hanno a stento contenuto questa marea di nuovi immigrati (tra queste l'istituzione di una prova di alfabetizzazione che penalizzava gli immigrati dell’Europa del sud – vedi Italiani -, proprio quelli che inquinavano il sangue nord europeo degli americani della prima ora). Il tutto si basava sulla convinzione che i residenti, discendenti delle prime immigrazioni provenienti dal Nord e dall’Est Europa (da inizio 1800 fino verso il 1880),  erano  in  qualche  modo  superiori  ai nuovi arrivati (1880-1924). Queste leggi divennero sempre più restrittive fino all’istituzione di quote d’immigrazione basate anche sull’origine. 
Ciò frenò il fenomeno dell’arrivo disordinato di nuovi immigranti, riducendo sempre più l’importanza di Ellis Island. Le verifiche di idoneità ed i visti d’ingresso cominciarono a venire rilasciati direttamente nei consolati delle nazioni d’origine e quindi la sosta prolungata nell’isola avvenne solo in casi particolari (come, ad esempio, per documenti fuori regola o altri problemi di ordine pubblico). Ellis Island fu chiusa nel 1954 e, dieci anni dopo (1965) divenne parte integrante del Statue of Liberty National Monument. Piano piano fu aperta al pubblico e nel 1990 divenne un museo che ospita circa 2 milioni di visitatori all’anno.
 

5. Il documento di imbarco, la sua evoluzione e le storie che racconta.
Ancor prima dell’apertura dell’Isola e nei suoi primi anni, i documenti di imbarco riportavano pochissime informazioni, demandando agli ispettori a terra le verifiche (che quindi erano interminabili).
Piano piano queste informazioni divennero sempre più complete (fino ad un questionario di 29 domande) e quindi le verifiche consistettero sempre più in un controllo di congruità di queste informazioni con quanto dichiarato. Fra l’altro è da notare come, fino all’introduzione della macchina da scrivere (tra il 1915 ed il 1919), gli errori di scrittura, già probabili per la diversità della lingua, erano molto consistenti, rendendo con ciò difficoltosa la ricerca nei data base predisposti dall’organizzazione di Ellis Island
. E’ interessante analizzare alcuni di questi manifesti per seguire l’evoluzione delle registrazioni. Il 25 marzo 1891, arrivano a New York (non ancora ad Ellis Island) numerosi emigranti provenienti dal Tyrol.
  
Guardando bene la lista, si notano, però, cognomi a noi ben noti (di Bussolengo e Pescantina) tutti vicini e dislocati nello stesso scompartimento; è evidente come ci si ricordasse ancora della nostra sottomissione all’Austria, peraltro cessata solo da venticinque anni.  Eccoli:
Piccoli Giuseppe, Bonaf(f)ini Giuseppe, Grigoletti Carlo, Ugolini Giovanni, Pinali Candido e Biasi e Zamperini e Bertoldi e Pizzini e Butturini e …. Luigi Varzanelli (Vassanelli), mio nonno che, da altri documenti, sapevo essere arrivato in America appunto nel 1891.
  
Provengono tutti dal porto belga di Antwerp (Anversa), da cui sono partiti a bordo di un transatlantico di nome Noordland, e tutti con la qualifica di laborer, operaio. Nella dichiarazione della destinazione si parla di New York. Qualche anno dopo ritroviamo alcuni di loro che ritornano in USA (dopo un rientro in Italia), diretti in Pennsylvania in particolare nella zona mineraria nei dintorni di Brockwayville.  Probabilmente questo è indice dell’arrivo (tipico dei primi anni) di alcune avanguardie, senza ancora un contratto di lavoro in tasca, che vengono “indirizzati” da procacciatori verso luoghi dove è necessaria manodopera. Queste avanguardie in seguito attireranno amici, parenti, famiglie negli stessi paesi dove hanno trovato lavoro stabile.

I documenti d’imbarco che si trovano ancora per alcuni anni dopo l’apertura di Ellis Island portano sempre pochissime informazioni. C’è la distinzione fra famiglie e individui singoli (forse rispecchiando la divisione nello steerage). Vengono forniti: cognome nome, età (anni e mesi per i bimbi), sesso, lavoro, stato d’origine, posizione nella nave, bagaglio, “immigrant” con un numero progressivo di un qualche registro, se sa leggere e scrivere. In questi anni la destinazione più frequente per i Bussolenghesi è Brockwayville in Pennsylvania. E’ la stazione ferroviaria, non molto distante da Pittsburg, da cui poi i nostri nonni raggiungevano i vari paesi sorti attorno alle miniere. Il porto atlantico di partenza più utilizzato è Le Havre in Francia; si parte da Bussolengo in treno per raggiungerlo e, dopo 10-15 giorni di oceano, si arriva alla sospirata meta! Verso la fine del XIX secolo, l’emigrante, arrivato in America qualche anno prima e titolare di un lavoro, ritorna in Italia per accasarsi e portare con sé, nel paese che lo ospita, moglie e parenti.Ecco che ritroviamo spesso donne sole o con bambini che raggiungono i mariti, o fanciulle che vanno a “trovare” un amico che poco dopo diventa il marito (o lo è già a fronte di un matrimonio per procura).
Già dal 1897, le informazioni richieste sono molto più articolate:
oltre a quelle già note, nome cognome, età, nazione di provenienza, sa leggere e scrivere …, si specificano:
- l’ultima residenza
- di quanti dollari è in possesso
- dove è diretto e se ha un biglietto per raggiungere la meta, e chi glielo ha pagato
- se va a raggiungere qualcuno e se ha un contratto di lavoro (definitivo o solamente promesso)
- se è mai stato in USA
- se è sano di mente, se è zoppo e se ha deformazioni fisiche, se è poligamo
- se è stato in prigione, se è assistito da qualche ente caritativo. 
  
Queste sono le informazioni che  alcuni nostri concittadini  forniscono il 3 dicembre del 1900, arrivando in America, dopo essere partiti da Le Havre il 24 novembre precedente con il bastimento LA GASCOGNE:
  
Ritroviamo: 
- Barbi Luigia, 45 anni, casalinga, col figlioletto Ugo va a New York a raggiungere il fratello di lei, dotata di 50$, 
- Perotti Luciano, 43 anni, operaio, raggiunge il cognato Vassanelli Antonio (?) dotato di 15$.  
- Danese Giuseppe, 21, operaio, raggiunge il fratello Angelo, con in tasca 30$. Come Perotti, va a Dagus Mines (vicino a Brockwayville) dove già molti Bussolenghesi erano abitanti.  
- Dalla Bernardina Enrico, 19, operaio; va a New York con 33$.  
  
Assieme a loro ci sono alcuni provenienti da Rivoli. Fra questi c’è Veronesi Marietta, 20, calzaia, che raggiunge il padre Mariano a Dagus Mines, dotata di 17$. Marietta diventerà la moglie di Clemente Vassanelli, già in quel paese dal 1897 assieme ai suoi fratelli ed a Mariano; probabilmente (è memoria di famiglia) i due si sono sposati per procura. Assieme a Marietta c’è il fratello (forse cugino) Angelo Veronesi. Lo ritroviamo anche nel marzo del 1911 di ritorno dall’Italia; in questa occasione viene indicato come  NON IMMIGRANT – ALIEN. E’ il segno che Angelo (e con lui altri tra cui Ferdinando Vassanelli che gli viaggia accanto) è stato naturalizzato cittadino USA.
    
Il primo manifesto che ho ritrovato battuto a macchina è del 1919; nel periodo della prima guerra mondiale (1914-1918) non ho ritrovato alcun emigrante da Bussolengo.
      
Prima di chiudere il capitolo, è interessante citare un caso di quarantena. Silvio Vassanelli (25 anni) arriva a New York il 25 gennaio del 1905, con la nave Vaderland partita dal porto belga di Antwerp. Assieme a lui c’è il fratello Luciano; entrambi vanno a raggiungere il cugino Antonio Vassanelli a Riverdale nella Elk County  in Pennsylvania. Accanto a Silvio si notano alcuni codici numerici.  Questi rimandano (non mi è chiaro come) ad un decreto di quarantena che viene deciso il giorno dopo l’arrivo. Anche se l’interpretazione di questi documenti è oscura, rimane l’emozione di scoprire eventi sicuramente dolorosi per i nostri nonni.
  

6. Il distretto minerario di Pittsburgh Pennsylvania.
Il Commonwealth of Pennsylvania è uno stato federato degli Stati Uniti d'America con capitale Harrisburg; con una superficie di circa il 40% di quella italiana, ha una popolazione di poco superiore al 20%.  Il nome significa boschi di Penn e fu scelto dal quacchero inglese William Penn, il fondatore dello stato, che voleva onorare il padre ed indicare la natura boscosa del territorio. Durante il XIX secolo, la Pennsylvania fu uno dei più importanti stati dell'Unione ed ebbe un fortissimo sviluppo industriale, specialmente nel settore siderurgico. Successivamente, fu nell'ovest della Pennsylvania che nacque l'industria petrolifera statunitense. Nel XX secolo, specialmente nella seconda metà, la Pennsylvania perse lentamente importanza, sia per lo sviluppo di molti stati più ad ovest, sia per la crisi che colpì l'industria siderurgica (Pennsylvania, Ohio, Michigan ed altri stati la cui economia era basata sull'industria pesante furono soprannominati the rust belt, ovvero “la cintura della ruggine”); a ciò, solo parzialmente ha posto rimedio lo sviluppo dell'industria finanziaria e dei servizi. Lo stato resta comunque fra i più importanti degli U.S.A. (per esempio, è al sesto posto fra i 50 stati sia per popolazione sia per PIL). Sul versante nord occidentale si trova l'altopiano degli Allegheny; questo altopiano è percorso da numerose vallate, tanto da sembrare montagnoso esso stesso. Esso giace su uno strato sedimentario, e nel suo sottosuolo sono presenti carbone, gas naturale e petrolio. Importantissima per l’emigrazione di Bussolengo è Pittsburgh. A partire dai primi anni del XIX secolo la sua vicinanza ad importanti giacimenti di carbone e la sua eccellente collocazione fluviale (l'Ohio è interamente navigabile ed è uno dei principali affluenti del Mississippi) ne fecero una delle più importanti città industriali del mondo, specie nel campo siderurgico ( fu chiamata Steel City - città d'acciaio). Queste furono le ragioni per cui molti nostri concittadini, arrivati in America, si diressero nelle contee e nei paesini circostanti. Dai documenti ritrovati si evince che le mete più frequenti furono le contee di Elk, Jefferson, Indiana, Cambria. 
 
La contea di Elk prende il nome dall’alce, evidentemente abbondante nell’800 quando nacque. In questa contea troviamo sia Dagus Mines sia Ridgway. Dagus Mines è nata attorno alle miniere di carbone della Northwestern and Mining Exchange Company ed appartiene al distretto amministrativo di Fox (Fox Township). L’unica chiesa del paese era quella Presbiteriana (i primi abitanti della zona si dicevano discendenti dei pellegrini del Mayflower); mentre in Kersey, un paesino vicino, c’era la chiesa Cattolica di S. Bonifacio, con annesso il cimitero di S. Michele dove sono sepolti molti Italiani. Le miniere di Dagus e dintorni  (ora non più attive) attirarono molti emigranti tra cui numerosi Bussolenghesi.
 
Nella Jefferson County, distretto di Snyder, si trova
Brockwayville  che molto spesso accoglieva i nostri emigranti (forse per la stazione ferroviaria); sicuramente ricevette molti Bussolenghesi che di lì si sparsero per le miniere attorno a Pittsburg.  
  
Nella contea di Indiana si trova la cittadina di Indiana dove nacquero alcuni Bussolenghesi (per esempio Emma, Iolanda, Angelo, figli di Clemente Vassanelli e Maria Veronesi). In questa contea si trova anche Ernest che purtroppo richiama una tragedia mineraria di vaste proporzioni. In questa tragedia morì il bussolenghese Ferdinando Vassanelli (e forse altri ne furono coinvolti – Butch Tortella??).
 

7. La vita dell’emigrante attraverso alcuni documenti.
Come si è detto, le avanguardie erano tipicamente uomini che, una volta consolidata la loro permanenza, chiamavano le loro donne. Potevano essere le sorelle, le figlie, le mogli sposate in Italia prima di partire o per procura. Ma succedeva anche che fossero le fidanzate che poi sposavano negli Stati Uniti.
  
Il matrimonio.  Nella famiglia Vassanelli abbiamo due esempi di questo tipo. I fratelli Antonio ed Amabile Vassanelli si sposano lo stesso giorno rispettivamente con Carolina Visentini ed Alessandro Montresor. E la cosa veniva pubblicizzata localmente come dimostra questo trafiletto di giornale:   
     
Mercoledì mattina ha avuto luogo un doppio matrimonio Italiano a Brockport. Gli sposi sono Alex. Motresser e Miss Annabell Vassanelli, e Antonio Vassanelli e Miss Vesentina Carolina. Le cerimonie sono state celebrate dal Rev. Padre Lynch, parroco della chiesa Cattolica. Una celebrazione si è tenuta Mercoledì pomeriggio e sera.
       
Ancora una volta si possono notare gli errori di trascrizione dei nomi; errori comuni in generale per il tipo di strumenti utilizzati nei registri (penna e calamaio), ma anche e principalmente per la differenza di lingua.

E la vita procedeva con i mariti che andavano in miniera e le mogli che gestivano i figli e si davano da fare per arrotondare le entrate familiari. Ed un modo, come la storia di famiglia riferisce per Virginia Veronesi, moglie di Luigi Vassanelli, era quello di affittare camere ad altri minatori, parenti o meno, fornendo anche il vitto; o gestire una locanda, come faceva Maria, sua sorella.
 
La naturalizzazione. Dopo un po’ di anni molti emigranti cercavano di diventare americani a tutti gli effetti. Ecco quindi che presentava-no domanda di naturalizzazione. Quella di mio nonno Luigi Vassanelli, è del 22 settembre del 1897 e riporta: 
   
1.   La data di arrivo negli USA (25 marzo 1884) e l’età (17 anni). Spesso questi dati erano volutamente errati per favorire l’accoglimento della domanda. Essere arrivati con meno di 18 anni era un punto a favore; di qui conseguiva l’importanza di dimostrare ciò, anche “barando”. Nella fattispecie, dall’età si risalirebbe all’anno di nascita 1867, mentre il realtà l’anno giusto è il 1865 (10 marzo). Quanto alla data di arrivo, non ho prove che sia sbagliata. Certamente il primo documento che ho trovato è del 25 marzo 1891; il giorno, mese potrebbero essere una coincidenza e l’anno potrebbe essere volutamente errato.  
2.   Il luogo di residenza: Dagus Mines.
3.   La dichiarazione di non essere titolare di alcun titolo ereditario e non appartenere ad alcun ordine nobiliare !!?? 
4.    La presentazione di un cittadino USA che dichiara di conoscere da almeno 5 anni il richiedente e che attesta di essere un uomo di sani principi morali ed attaccato alla costituzione.  
5.   La dichiarazione con la quale rinuncia ad ogni legame e fedeltà a principi stranieri in particolare al Re d’Italia.  
      
Il censimento. Il censimento USA del 1900 (ogni 10 anni ne veniva tenuto uno) vede Luigi Vassanelli nel distretto amministrativo di Fox (Fox Township) assieme ai tre figli nati in America e ad altri fratelli e cognati. Interessanti le informazioni ricavabili dal documento  Prima di tutto ben 10 adulti più 3 bambini risultano sotto lo stesso tetto (numero progressivo di abitazione e di famiglia 344). Oltre a Luigi, capofamiglia, sua moglie Virginia ed i loro tre bimbi Jack, Lizzy, Ida, sono loro “boarder”, pensionanti, i fratelli di Luigi, Giuseppe e Clemente, il suocero Mariano con i figli Flaminio e Guerino, e tre altri italiani che potrebbero essere Bertato(?) Joseph, un Andrew Ben??ty, un Guerino?? Jack. Tutti gli uomini sono “coal minerminatori di carbone, e di tutti c’è l’anno di arrivo negli USA; e qui si nota come nella petizione Luigi dichiarasse il 1884, mentre qui si parla del 1891. Nella colonna “naturalizzato”, in corrispondenza di Luigi c’è NA (Not Alien - naturalizzato), invece per gli altri c’è AL (Alien). Nelle colonne “sa leggere, scrivere, parla inglese”, per la maggior parte di loro si trova “Si, Si, No” (per Luigi è anche questo un Si). Per Bertato(?) sono tutti No.
     
Le disgrazie. E la vita è sicuramente dura, se non altro per l’estrema pericolosità del lavoro in miniera. E Bussolengo ha pagato a caro prezzo il riscatto dalla miseria dei suoi figli. Io ho ben presenti due caduti della mia famiglia.  
Nel 1908, nella miniera di Vintondale (Cambria County, vicino ad Indiana) avviene uno dei tanti incidenti mortali, così comuni in quei tempi. In quella miniera si trova Giuseppe Vassanelli che muore a 34 anni; lascia la moglie Candida Castioni e tre bambini: Maria Luisa di 5 anni, Ferdinando di 3 anni e William di 1 anno. La moglie Candida si trova sola (ci sono sì alcuni fratelli del marito, ma deve pur sempre lottare da sola!), senza conoscere una parola di inglese, con tre figli. Non può far altro che sposarsi di nuovo. Entro fine anno prende per marito Perotto Antonio e con lui ritorna in Italia, a Santa Giustina, nei pressi di Belluno.  Lì Ferdinando muore ancora bambino; poi, rispettivamente nel 1929 e nel 1930, Maria Luisa e William tornano negli Stati Uniti dove si formano una famiglia (con discendenti che non portano più il nome di Vassanelli).  
    
Ma ancora la famiglia Vassanelli (e Bussolengo) deve pagare il suo tributo al paese che l’ha ospitata. Nel febbraio del 1916 avviene l’ennesima tragedia delle miniere. E’ sicuramente fra le più gravi, tant’è che si scrissero fiumi di pagine sul fatto; da un resoconto che si trova su Internet si apprende quanto segue.   

8. Il disastro della miniera 2 di Ernest: 11 febbraio 1916.     
La cittadina di Ernest (non molto lontana da Vintondale) si trova a 4 miglia a nord di Indiana, in Pennsylvania. Nacque nel 1903 in una zona ricca di carbone ad opera della Jefferson & Clearfield Coal & Iron Company (Indiana PA). Le miniere aperte furono 4 e 274 i forni ad alveare per il coke. Inizialmente la cittadina fu detta “un modello di villaggio per minatori” con le sue 156 case, 2 chiese, una scuola ed un centro per tutta la comunità. Le sue miniere non erano considerate particolarmente pericolose e quindi la mattina di venerdì 11 febbraio 1916 iniziò come al solito, senza alcun presentimento di quello che sarebbe accaduto.   “Butch” Tortella allora era un piccolo ragazzino e fino a qualche decennio fa ancora viveva a Ernest; ricordava che le prime notizie della tragedia furono portate alla superficie da Jimmy Moody. Nel pomeriggio Jimmy stava riconducendo la sua locomotiva nel ventre della miniera quando scoprì il corpo di un minatore poco distante dall’ingresso. Corse di nuovo in superficie a dare l’allarme.  Non suonarono sirene o campane perché l’inevitabile folla che sarebbe accorsa avrebbe reso difficile l’attività di soccorso. L’ora esatta dell’accaduto fu determinata quando si ritrovò un orologio fermo alle 3.20 del pomeriggio.In poco tempo da tutto il distretto minerario arrivarono squadre di soccorso, ma solo alle 4.30 della notte il primo corpo fu recuperato. Ne ritrovarono 26 in condizioni pietose. La maggior parte erano immigrati e di questi i più numerosi erano gli Italiani. Italiano era anche l’ultimo minatore ritrovato dopo la sepoltura degli altri: il nome, storpiato, è Pompia George.  Anche lui, come molti altri, evidentemente considerati cattolici, fu sepolto al St. Bernard’s Roman Catholic Cemetery di Indiana. Dodici di loro furono sepolti in una fossa comune.       

Ecco la lista dei 10 italiani (i nomi sono spesso storpiati): Vassanelli, Fred - Paoli, Giovani - Saldera, Joseph - Panei, Dominick - Micone, August - George, Paul [Pompia] - George, Carraeno - Fuzzani, Antonio - Comesatt, James - Artuse, Ross. 
Quindi fra i morti c’è anche il nostro compaesano Fred Vassanelli (fratello di Giuseppe). Lascia la moglie Assunta Biscardo (la seconda, portata dall’Italia nel 1911, dopo aver perso, giovanissima, la prima, Maria Conati di S. Pietro Incariano), e quattro figli: Geno, figlio di primo letto, Max, Maryann, Ida, Josephine.
  
  
9. E poi ritornano definitivamente in patria (ma non tutti).
La vita in America non doveva essere semplice, e sicuramente la nostalgia della patria rimaneva forte. Ecco che, non appena le condizioni economiche lo permettevano, molti tornavano a casa. Molti, ma non tutti. La posizione raggiunta con enormi sacrifici non sempre appariva ripetibile in Italia e quindi si sceglieva di rimanere definitivamente negli Stati Uniti. 
Nella famiglia Vassanelli (che ha fatto da testimonial in questo scritto) gli emigrati furono sette, su otto fratelli viventi. Di questi solo tre ritornarono in Italia ed il figlio di uno di questi (Angelo figlio di Clemente) appena adulto ritornò nel paese che gli aveva dato i natali, radicandosi lì, se non personalmente, con un figlio attualmente avvocato in Washington.
Ora i loro discendenti si chiamano Vassanelli, Vassanella, Zamperini, Moore, Rocco, Cheski, McGhee …. e vivono a Pittsburg, New York, Washington, Colver, Rural Valley … ; e tutti ricordano Bussolengo come patria d’origine dei loro nonni!
  
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MinatoreBussolenghese
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