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Scuola a Bussolengo. Leggi la Storia della Scuola nel nostro paese e la vita di un suo protagonista.
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l'iscrizione funebre che appare sulla registrazione della sua morte.

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San Valentino 2017
Una nuova sezione tutta da esplorare che comincia con tanta STORIA
legata a San Valentino e continua con tante altre storie!
San Valentino 2017
Al Centro Sociale una bellissima mostra sulla Scuola a Bussolengo dagli inizi
fino a pochi decenni fa. Bravo Circolo Noi. Da vedere.
Collegati al sito della nostra Parrocchia.

LE CONFRATERNITE  NELLA

STORIA DI BUSSOLENGO.

PREMESSA.
Per confraternita si intende, ai sensi dei Canoni 298 e seguenti del vigente Codice di diritto canonico, un'associazione pubblica di fedeli della Chiesa Cattolica che ha come scopo peculiare e caratterizzante l'incremento del culto pubblico, l'esercizio di opere di carità, di penitenza, di catechesi non disgiunta dalla cultura.
Costituite canonicamente con formale decreto dell'Autorità ecclesiastica cui viene demandata la facoltà di modificarle o di sopprimerle, hanno uno statuto, un titolo, un nome e vestono una sorta di divisa particolare. I loro componenti conservano lo stato laico e restano nella vita secolare, pertanto non hanno obblighi di prestare voti o di fare vita in comune così come non devono fornire il proprio patrimonio e la propria attività alla confraternita.
All'origine incerta delle confraternite non mancano le supposizioni che le vedono collegate ad istituzioni d'epoca pre-cristiana, ai collegia romani o alle fraterie greche e della Magna Grecia.
Per sapere qualcosa sulla loro presenza in Europa, è necessario prendere visione del quindicesimo canone del concilio di Nantes (anno 895) o leggere la storia della vita di San Marziale (scritta da uno dei suoi discepoli). Complessi studi le segnalano presenti nel nostro continente nel IV secolo; di sicuro le confraternite erano già operanti nel V in Francia e, nel secolo successivo, in Italia. Fonti documentate confermano, agli inizi del secondo millennio, la presenza di queste aggregazioni laiche, sia nelle città che nei villaggi italiani, votati in missioni di soccorso negli ospedali e tra i poveri ammalati.
La denominazione delle confraternite è stata varia nei secoli e diversa in Italia da zona a zona. I nomi più utilizzati vanno da confraternitas a consortia, da fraternitas a schola e, di seguito, fraterie, confratri, agape, caritas, fratele, fraglia, sodalitium, gilda, gildonia ... senza dimenticare di segnalare il termine "estaurita o staurita" utilizzato a Napoli e provincia nei secoli scorsi. A tutt'oggi sono utilizzati i nomi di compagnia, congregazione, congrega e arciconfraternita.
La nascita e l'affermazione di queste aggregazioni è dovuta all'ispirazione che ha determinato la fondazione dei Monti di Pietà. Nelle diverse forme di associazioni nate nell'incerto periodo storico quale è stato il Medio Evo, vi furono le corporazioni delle arti e mestieri (di ispirazione prettamente laica), le fratellanze e le confraternite (orientate quali organizzazioni di categoria), le quali si occuparono del benessere materiale degli affiliati e nello stesso tempo della loro salvezza spirituale.
In pratica veniva istituita la mutua assistenza tra gli iscritti che, nella spiritualità e nella necessità materiale, si assistevano nei casi di difficoltà economiche, nelle malattie, nella difesa dei soprusi della legge, nelle prevaricazioni e nelle persecuzioni. Una mutua assistenza che gli appartenenti di queste aggregazioni non fermarono alle sole opere di sostegno "interno", ma le esportarono all'esterno facendosi carico di compiti sociali diretti alla comunità: poveri, orfani, ammalati, incurabili, carcerati, condannati a morte, giovani a rischio, persone deviate e prostitute pentite, impegnandosi nel riscatto degli schiavi, nell'assistenza agli ammalati contagiosi, nella sepoltura dei morti abbandonati; prendendosi cura degli assassini, dei poveri, delle vittime delle epidemie, degli stranieri e degli sconosciuti.
Per compiere tutte queste opere dall'alto contenuto morale, civile e religioso, testimoniando fede, umiltà, carità e penitenza, gli appartenenti a queste confraternite erano soliti indossare un saio e un cappuccio che copriva il loro volto per nascondere la propria identità annullando di fatto la propria personalità.
Lo sviluppo maggiore le confraternite l'ebbero tra il IV ed il XVIII secolo con una diffusione capillare in tutta Europa. Molte divennero importanti e potenti anche economicamente tanto da incidere nelle questioni civili per lungo tempo portando il loro contributo allo sviluppo sociale, artistico ed economico delle comunità in cui erano inserite.
Il loro prodigarsi per costruirsi uno spazio tra le gerarchie clericali presentandosi come alternativa e sostegno alle attività parrocchiali, fu malvisto nel corso dei secoli dal clero che cercò di emarginare le attività di culto di queste aggregazioni indirizzando il loro impegno verso funzioni esterne (processioni, rappresentazioni religiose) ed enfatizzando, talvolta in chiave riduttiva, gli aspetti di religiosità esteriore. Malgrado ciò, grazie a lasciti, donazioni e contribuzioni dei confratelli, molte congregazioni riuscirono a costruire ospedali, ospizi per poveri e pellegrini, orfanotrofi, conservatori per ragazze a rischio; costruire chiese, oratori e monumenti; organizzare e gestire scuole diffondendo l'istruzione e l'educazione religiosa; gestire i luoghi di sepoltura.
Non mancarono di dare il loro contributo allo sviluppo delle arti dotando le loro sedi di sculture, di dipinti, di decorazioni, di ori ed argenti lavorati, di paramenti pregiati, di biblioteche; così come di dare importanza alla musica e al canto liturgico praticandolo durante le attività religiose, in modo particolare nelle funzioni dedicate alla Passione e Morte di Cristo. Esse costituirono un patrimonio artistico testimoniato dalle chiese, dagli oratori e dalle secolari tradizioni che hanno custodito facendolo giungere fino a noi insieme ad abbondanti testimonianze che rendono possibile la ricostruzione di vicende piccole e grandi riguardanti il periodo di riferimento. 

Le confraternite, al di là di tutti i valori storici, culturali ed artistici, pongono come proprio dovere lo svolgimento di compiti importanti da risolvere percorrendo le due strade indicate dal Vangelo: la Fede e la Carità. La Fede quale testimonianza di amore verso Dio e di impegno nella missione evangelica, di essere sempre presente e viva nella comunità socio-ecclesiale e di appartenere, con consapevolezza, al popolo cristiano; la Carità quale espressione di fraternità in Cristo attraverso le opere di misericordia per i poveri bisognosi di amore, conforto e di assistenza. Le tante speranze, in cui è nato il terzo millennio, si portano dietro pesanti interrogativi non solo irrisolti, ma addirittura aggravati da modelli di società lontane dall'etica moralistica, società che prediligono situazioni di potere oppressivo, sfruttamento del lavoro, egoismi personali, comportamenti malavitosi, arrivismi, e... il rifiuto di una Fede.
Un quadro della situazione attuale che rende importante ancora oggi la funzione delle confraternite sia per il lungo cammino percorso sulla via della speranza, sia per il patrimonio di esperienze acquisite e sia per la funzione di raccordo svolta tra di esse: un bagaglio difficilmente sostituibile o surrogabile.
 
 
LO SVILUPPO A CAVALLO DEL CONCILIO DI TRENTO.
Le reazioni all'affievolimento dello spirito, l'impulso di contrastare la corruzione, la ricerca della santificazione, il desiderio di apostolato, la necessità di rinnovare la Chiesa di Cristo (persone e strutture portanti), l'impellente attenzione richiesta dai bisogni degli incalcolabili poveri che popolano le strade delle città costituiscono i presupposti della cosiddetta Riforma Cattolica, nata prima della Riforma Protestante anche se, per certi versi, sviluppatasi da uno stesso contesto in quanto espressione di medesime esigenze ed aspirazioni.
Una svolta manifestatasi alla fine del XV secolo che generava nel mondo cristiano europeo una profonda crisi spirituale tanto forte da sprigionare un irrefrenabile desiderio di ricerca di una nuova forma di spiritualità che trovava concretezza e slancio nel periodo citato, ma che affondava le sue radici nell'area dei Paesi Bassi; qui, dal XIV secolo, era già iniziato il radicamento del semplice credo del mettere in risalto la "pratica" di vita cristiana ed una "imitazione di Cristo" da perseguire mediante la preghiera, la cura delle facoltà mentali, la lotta alle passioni e al peccato – attraverso un travaglio interiore sostenuto dalla Grazia – con il fine di potersi votare anima e corpo a Dio.
Un nuovo "modus vivendi" che, bocciando la caratteristica del tempo medievale (il "disprezzo del mondo e della carne"), veniva sposato in toto dai grandi santi del tempo, artefici dell'impronta distintiva del percorso cristiano dal XVI secolo fino al periodo contemporaneo.
La voglia di santificazione mediante una maggiore frequenza alla S. Messa, la costante preghiera insieme ad un'assidua presenza ai Sacramenti, ai colloqui, alla meditazione, alle letture spirituali ed opere di carità induce i credenti ad organizzarsi fino a formare col tempo Compagnie, Confraternite. Nascevano così, spontaneamente, varie aggregazioni quali la Confraternita dei Teatini, dei Somaschi, delle Orsoline, dei Barnabiti, la prima Compagnia del Divino Amore e della Dottrina Cristiana. ..., grazie all'opera di alcuni degli spiriti più eletti del tempo come S. Bernardino da Siena, S. Gaetano da Thiene, S. Angela Merici, Beato Bernardino da Feltre, Castellino da Castello.
Nel contempo, fautori alcuni soggetti consci del disagio in cui vivevano gli ormai vecchi Ordini Religiosi, veniva avviato un lavoro di recupero e di riforma delle antiche virtù monastiche alla quale si dedicarono Paolo Giustiniani, frà Egidio da Viterbo, Francesco Licheto, Matteo da Bascio, padre Ugo Marengo, Ludovico Barbo.
Perfino il V Concilio Lateranense (16 marzo 1512) diventava un'espressione di riforma sincera e profonda grazie al coraggioso pronunciamento di frate Egidio da Viterbo anche se poi, alla chiusura del Concilio effettuata il 16 marzo 1517 da Papa Leone X, i vari decreti di riforma di fatto venivano disattesi. Sette mesi dopo la chiusura del Concilio, 31 ottobre, il perdurare nello stallo del fare e non fare portava alla reazione pubblica di Lutero che si abbatteva sulla Chiesa con tanta veemenza da trasformare il desiderio di rinnovamento in una protesta che superava e travolgeva lo stesso riformatore tanto da diventare sfida, scisma, rottura con la Chiesa di Roma. Nasceva la Riforma Protestante.
 
La risposta della Chiesa Cattolica al Protestantesimo è la "Controriforma" che si verificava già con il Concilio di Trento (1545) e in modo più incisivo dopo la promulgazione dei decreti emessi (1563).
In questo scenario le confraternite, da spontanee laiche istituzioni, diventavano organismi guidati dai parroci e controllate da vescovi. Un cambiamento che in sostanza non scalfiva il complesso valore delle Confraternite in quanto, pur perdendo la funzione di strumento contro il Protestantesimo, prendevano le sembianze di "Società" spogliate sì dalla caratteristica medievale di istituzione spirituale e sociale onnicomprensiva, ma riuscivano a mantenere l'identità religiosa e caritativa insieme ad una forte valenza sociale.

Le confraternite di Bussolengo, sia quelle sorte prima del Concilio di Trento sia quelle venute dopo, nascendo e sviluppandosi nel periodo descritto, al pari delle altre, risentiranno dell'intromissione della Chiesa, anche se tutto sommato si può parlare di una ingerenza discreta che nulla toglie al loro operare.
Anzi, a questa intrusione va riconosciuto il merito di aver saputo correggere errori, "perniciosi abusi", insolvenze e deviazioni che inevitabilmente saltavano fuori durante il loro operare.
Un'ingerenza alle quali le confraternite di Bussolengo dovevano far fronte insieme alle intromissioni della Serenissima ed al peso negativo derivante dall'attività di Reggenti "avidi" (secondo ineccepibili testimonianze).
 
L'ingerenza di Venezia si presenta verso la metà del Seicento con i primi "Ordini" emanati per dare assetto alle direttive e combattere abusi, errori, disordini.

"... con l'autorità che ampla havemo dall'Eccellentissimo Senato concedemo l'ammissione dei medesimi espressamente comandato che siano puntualmente et inviolabilmente eseguiti in pena di nullità di tutto ciò che contro la forma de' medesimi fosse fatto, et d'altre corporali e pecunarie ad arbitrio nostro et Illustrissimi Successori nostri, contro inobedienti, trasformatotri e trasgressori d'essi Capitoli e Regole.".".

Un enunciato che la dice lunga sulla caratteristica politica della Serenissima, tanto laicista quanto rispettosa sia della religione che dell'autorità religiosa, ma orgogliosa nello svolgere un'azione di collaborazione con le istituzioni ecclesiastiche come se fosse un suo dovere oltre che diritto. Inoltre è da considerare che i pretesti che venivano sollevati dal governo veneziano non solo consentivano il controllo delle attività e di impedire la conseguente nascita di poteri forti distinti dallo Stato, ma giustificavano l'intromissione e l'interesse della Repubblica veneziana. Un'azione politica questa di difficile definizione: quantificando, quanto serviva al bene delle confraternite e quanto ad altri fini?
Altro punto degno di valutazione è la sintonia (potere politico e potere religioso) determinata dal fatto che a reggere la cattedra di Verona erano vescovi veneziani i quali, utilizzando una forma di collateralismo, si impegnavano a limitare la "libera religiosità" dei sudditi smorzando lo slancio delle confraternite sia in campo creativo che spirituale.
In questo clima d'incertezza, le confraternite erano succubi di Reggenti che, considerato il loro modo di gestire queste organizzazioni, si rivelavano negativi in quanto, operando in funzione del proprio interesse (compravano beni dalle compagnie e vendevano i propri alle medesime, con largo profitto oppure agivano con il preciso scopo di mantenere a lungo la carica), giungevano al punto di gestire le confraternite come fossero patrimonio del proprio casato.
Il riscontro di tali affermazioni è nei registri della chiesa della Disciplina e negli statuti delle confraternite: documenti (oggi custoditi presso la parrocchia di Santa Maria Maggiore) che palesemente illustrano la situazione nociva in cui tutte le confraternite venivano obbligate a seguire un percorso non solo avverso alle conclusioni suggerite dai vescovi e dal Concilio, ma anche a vedere (nelle correzioni che venivano emesse) soltanto difetti.
 
 
LE CONFRATERNITE NELLA STORIA DI BUSSOLENGO.
 
I Disciplini.
La prima e più antica testimonianza della presenza di una aggregazione religiosa a Bussolengo porta il nome di Confraternita dei Disciplini (1300 – 1806).
Chi, oggi, si trova a passare per il cortile dell'anagrafe del Comune di Bussolengo, può ancora notare quanto rimane della loro sede, ovvero della chiesa di Santa Maria della Disciplina.
I Disciplini (per alcuni, Disciplinati), facevano parte di un movimento religioso partito da Perugia e diffusosi, grazie all'impulso del beato Raniero FASANI, nel centro e nel settentrione della Penisola intorno al 1260. Il movimento, composto da laici, trovava nella mortificazione del corpo la propria santità ponendosi ad esempio per gli altri.
La loro struttura gerarchica consisteva in un Priore, un Sottopriore, un Segretario, un Esattore, due Infermieri e un Sagrestano, cariche che venivano conferite con cadenza annuale. La divisa consisteva in un saio di grezza tela nera con cappuccio e bavero, cinto da un cordone francescano cui erano appesi cinque catenelle. Con questa divisa, il Giovedì Santo, i Disciplini visitavano in processione, flagellandosi pregando e meditando sulla Passione di Gesù, le chiese di Bussolengo (circa 15) prima di raggiungere la loro chiesa.
Le poche "Regole" che avevano, seguite scrupolosamente, puntavano essenzialmente a portare aiuto agli ammalati, ai poveri, ad accompagnare alla sepoltura i confratelli e a pregare per essi con Uffici e Messe.
Riconosciuti canonicamente (1391) dal Vescovo di Verona, Mons. Giacomo De ROSSI, i Disciplini ottenevano il compito di prendersi cura delle chiese e di costruire dei locali da destinare ad uso ospedaliero. Ospedale che più tardi, grazie ad una donazione di un certo Gerolamo, veniva ampliato tanto da consentire di separare i degenti maschi dalle donne.
Nel tempo la confraternita, sempre più ricca e potente, veniva a creare una certa preoccupazione nelle autorità ecclesiastiche tanto da essere non solo tenuta sotto stretta "sorveglianza", ma, allo scopo di limitarne il potere, era vezzeggiata dall'integrazione di nuove regole nel loro statuto e dall'imposizione, su di loro, dell'autorità del parroco e il controllo del Vescovo.
Con l'avvento di Napoleone Bonaparte, i Disciplini nel 1806 sono costretti a sciogliersi.

La visita del Vescovo Gian Matteo Giberti nel 1529 - una miniera di informazioni.
Padre spirituale della popolazione del tempo (circa 800 anime) era Don Virgilio CINQUINI, un sacerdote bresciano. Ad accogliere il Vescovo, Mons. Matteo GIBERTI, il massaro Bernardino MENZINI ed il Sindaco Giovanni de BERNARDIS.
Al termine della visita, il cancelliere del vescovo annotava che nella Pieve esistevano due confraternite, una del "Corpo di Cristo" e l'altra della "Beata Vergine Maria". La data dell'avvenimento descritto, 21 febbraio 1529, è importante in quanto, oltre a testimoniare "la prima volta a Bussolengo" di un Vescovo di Verona in Visita Pastorale, attesta la presenza delle prime due confraternite della Pieve di Santa Maria Maggiore.
A destare ancor più interesse, nel documento che afferma tale visita, è l'annotazione inerente la presenza della Confraternita del Corpo di Cristo in una data di qualche anno antecedente l'approvazione canonica dei Pontefici.
La prima confraternita storica con questa denominazione, infatti, veniva approvata da Papa Paolo III il 30 novembre 1539 e costituita nella chiesa di Santa Maria della Minerva in Roma. Solo a partire dal 1542, la Confraternita del Corpo di Cristo veniva imposta a tutte le parrocchie della diocesi di Verona dal Vescovo Gian Matteo GIBERTI. Notizie, queste, che riconoscono alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Bussolengo una straordinaria e precorritrice vitalità spirituale.
La ragione della nascita delle Confraternite del Corpo di Cristo (poi del Santissimo Sacramento) va ricercata nella necessità di dare decoro alle processioni del Corpus Domini.
Inesistenti nell'Alto Medioevo, la loro comparsa, individuabile nella formazione di compagnie informali, si nota intorno al XIII secolo per poi diffondersi nel secolo successivo dopo l'archiviazione delle grandi lotte teologiche sulla presenza reale di Cristo nell'Eucarestia e dalla conseguente nascita della festa del Corpus Domini.
Una festa, questa, voluta da Roberto TOROTE, vescovo di Liegi, che con decreto sinodale emanato nel 1246 stabilisce che ogni anno, il giovedì dopo la Santissima Trinità, tutte le chiese della sua diocesi dovevano festeggiare solennemente il Sacramento del Corpo di Cristo. La festa del Corpus Domini fu dunque celebrata per la prima volta in quella insigne chiesa, nel 1247.
L'avvallo pontificio venne qualche anno dopo e si deve all'eccezionale evento vissuto dal sacerdote boemo Pietro da Praga, un prelato alquanto dubbioso sulla verità della transustanziazione, cioè sulla mutazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo.
Si racconta che un giorno dell'anno 1263, mentre costui celebrava la Messa presso la tomba di santa Cristina di Bolsena, vide delle gocce di sangue stillare dall'ostia consacrata per poi cadere sul Corporale e sul pavimento. Il sacerdote, sconcertato ed intimorito, recatosi subito da papa Urbano IV, in quel periodo ad Orvieto, raccontò quanto accadutogli. Verificato il miracolo, l'anno successivo il Pontefice istituì la festa del Corpus Domini da osservarsi in tutto il mondo Cristiano.
 
Contemporaneamente alla Confraternita del Corpo di Cristo, veniva istituita quella della Beata Vergine Maria per certi versi vicina al mondo mariano del XIII secolo.
Per la vita della Pieve e lo spirito religioso della popolazione intensamente devoto alla Madonna, questa aggregazione veniva subito accolta benevolmente dai bussolenghesi tanto da acquistare una immediata e rilevante importanza.
Una superiorità e centralità in relazione alle altre Confraternite che durerà fino a quando le direttive dei vescovi non orienteranno l'attenzione dei fedeli verso Cristo nell'Eucarestia e di conseguenza inizierà a prevalere la Confraternita del Santissimo.
Un dato di fatto confermato dai Registri a noi pervenuti: sono tutti intitolati alla "Beata Vergine Maria". Bisogna consultare il registro n. 4 per vedere aggiunte le parole "e Santissimo Sacramento" e il numero 5 per l'inserimento della scritta "Confraternita del Rosario". Non solo, tale importanza emerge anche al momento dell'elezione del Priore: chi riceveva il maggior numero dei voti veniva nominato Priore della Confraternita della Beata Vergine Maria mentre il secondo veniva eletto Priore della Confraternita del Corpo di Cristo. Ai due eletti venivano assegnati gli stessi compiti: procurare i ceri per gli altari, l'olio per le lampade, riscuotere gli affitti, pagare le tasse per poi consegnare il tutto, ogni fine anno, al Cancelliere.

Le confraternite, oltre i compiti accennati, dovevano svolgere anche quello di solennizzare tutte le feste della Madonna e di partecipare al miglior svolgimento delle feste delle altre Confraternite.
Il maggior impegno veniva affrontato ogni anno il 15 agosto, giorno della Madonna Assunta, festa principale della Confraternita.
 
Privi di una propria divisa, gli iscritti devono attendere il 31 luglio 1760 per ottenere, insieme alle Confraternite del Santissimo e del Rosario, il permesso del vescovo Nicola Antonio GIUSTINIANI di vestire durante le processioni la divisa cosi composta: "vestis talaris albe ex tela cum cappuccio ex lana rubri coloris" (veste talare bianca di lino o tela, rocchetto o mantella e cappuccio di lana rossa).
La Confraternita disponeva anche di un proprio stendardo e di un gonfalone del quale non ci sono stati tramandati i colori. Durante le processioni, dietro a questi ultimi simboli, dal 1760 i confratelli marciavano con il volto coperto dal cappuccio, accompagnati dai mazzieri con le mazze dorate.
Il prestigio di cui godeva, consentiva alla Confraternita della Beata Vergine Maria di raccogliere molte elemosine nelle proprie "casselle", piu' Legati, tante ordinazioni di messe ed uffizi, innumerevoli affitti e donazioni tanto da risultare, al momento della sua soppressione voluta dal Decreto napoleonico del 1806, accreditata di un patrimonio pari a 9878 lire in valuta di Milano: circa quattro volte superiore al capitale medio delle altre Confraternite. Subita la soppressione, non e' stata piu' ricostituita.
 
Nel periodo in esame è segnalata anche la presenza della Confraternita di San Rocco.
Pur non essendo annoverata tra quelle sopra descritte, questa confraternita nel 1529 doveva essere presente nella Pieve di Bussolengo in quanto superficialmente citata dal cancelliere al seguito di monsignor Gian Matteo GIBERTI impegnato, il 21 febbraio di quell'anno, in un primo giro di conoscenza nella diocesi.
Il cancelliere, redigendo un elenco di beni della diocesi, annota le varie chiese ignorando inspiegabilmente quella di San Rocco che non solo esiste, ma è perfino affrescata come attestano le date poste su alcuni dipinti murali tuttora leggibili: MCXI, MCII, MCIII.
Una negligenza (?) che l'inconsapevole cancelliere riscatta nello stendere l'inventario: tra le tante cose, descrive quattro calici di cui..."et unus alius societatis Sancti Rochi" (societas = confraternita). Purtroppo, del periodo in esame, della Confraternita di San Rocco non è dato sapere altro ma, ricordando l'altissima devozione di cui godeva questo Santo e facendo riferimento ai tanti artisti di grande valore chiamati ad affrescare gli interni della chiesetta, si è portati a dedurre che gli appartenenti alla Confraternita dovevano essere gli stessi che finanziavano i dipinti.
 
Le prime notizie riguardanti la Confraternita del Sacratissimo Rosario nella Pieve di Santa Maria Maggiore, risalgono al 1578 e sono dovute al vescovo Agostino VELIER che durante una visita a Bussolengo effettuata l'11 maggio, nota nella parrocchia ... "la Confraternita del Rosario ben governata".
 
Nella chiesa della Disciplina.
Delle tre confraternite, Corpo di Cristo, della Beata Vergine Maria e del Sacratissimo Rosario, non è dato conoscerne l'istituzione precisa anche se si può ipotizzare tranquillamente la loro nascita intorno alla metà del Cinquecento, mentre difficile si presenta la ricostruzione delle loro caratteristiche causa l'assenza di documentazione. A dire il vero esistono documenti, risalenti al 1597, sui quali vengono riportati elenchi di entrate, spese, locazioni, affitti, ma sono registri dai quali non è possibile ricavare il più piccolo e semplice accenno circa le loro attività spirituali e sociali fino a tutto il XVI secolo. Interessante e ricca si rivela la documentazione riferita ai due secoli successivi. Il documento più antico, datato 1692, riporta tra l'altro notizie di riunioni dei Reggenti normalmente svolte "nel loco solito della Disciplina".
 
Siamo nell'antica chiesetta della Disciplina, sede della Confraternita omonima. Lo spazio che veniva messo a disposizione delle nuove forme di aggregazione, probabilmente dovuto alla mancanza di locali nella parrocchia, accresceva con il tempo l'importante funzione dell'oratorio tanto da divenirne il fulcro delle attività pastorali della Pieve. Nella documentazione pervenutaci tra l'altro sono riportate notizie riguardanti le riunioni annuali che tutte e tre le confraternite effettuavano in questa chiesa il giorno dell'Epifania per il rinnovo delle cariche.
Tutte le cariche avevano validità un anno e nessuno poteva essere eletto due volte di seguito nella stessa congregazione, ma non era vietata l'elezione in un'altra. Fino alla metà del secolo XVII, gli eletti svolgevano attività amministrative, pratiche, economiche. La funzione spirituale ed istruttiva era demandata al prete libero d'ogni incombenza finanziaria. Per istituzione, ognuna di esse si presentava distinta dalle altre in quanto rappresentata da Reggenti, attività, festività e Santi propri, anche se alla fine si mostravano alquanto unite l'una all'altra evidenziando una unificazione di traguardi, di privilegi, di indulgenze. Praticamente una sorta di "aggregazione" che mostrava pure l'autorevole intervento dei vescovi e dei parroci nella loro gestione così come aveva indicato il Concilio di Trento.

Dal Seicento tutte e tre le confraternite prendono ad usare gli stessi registri; a volte i Priori di una diventano Priori di un'altra; si nota pure che nell'unica parrocchia tutte e tre le confraternite avevano distintamente un altare, un proprio sepolcro, propri giorni festivi e santi protettori. Sempre nella stessa Pieve ogni confraternita provvedeva alle specifiche solennità religiose mentre i Priori, sotto la guida del parroco, si impegnavano nello svolgimento delle devozioni e degli esercizi spirituali all'interno della parrocchia.
Le tre confraternite provvedevano alla manutenzione della chiesa e alla costruzione degli altari; si curavano della suppellettile, dell'illuminazione, dei ceri, dei paramenti; commissionavano affreschi, dipinti e statue; davano vita a nuove devozioni; organizzavano funzioni e processioni. Ad esse era demandato l'onere di far celebrare Sante Messe per i vivi ed Offizi per i defunti oltre all'amministrazione del denaro della chiesa. Tutte queste iniziative, determinando una plurima responsabilità di funzioni, di devozioni verso questo o quel santo, lasciavano spazi pericolosi per un rischioso percorso che poteva portare alla superstizione in quanto la molteplice responsabilità, unita a non pochi scontri dentro le stesse confraternite, creava incomprensioni fra quest'ultime e il parroco.

Negatività sottolineate dall'intervento di Monsignor GIBERTI che, in visita il 25 maggio 1541 per la quarta volta a Bussolengo, preso atto della presenza nella Pieve di numerosissimi altari oltre quello maggiore, ordinava la rimozione di tante devozioni riducendo l'autorizzazione ad un massimo di sei altari. Una limitazione dal chiaro intento: evitare che alcuni Santi o la Madonna stessa, godessero di una maggiore devozione di Cristo. Un'eventualità, quest'ultima, evidenziata dall'Arcivescovo Alberto VALERIO in visita alla Pieve nel 1595. Grande la sua meraviglia quando nota che "la Beata Vergine ha due altari".
Segno che la Madre di Gesù avesse più devozioni del Figlio?
 
La Confraternita dei Quaranta.
Con le Regole del 1692 veniva ben evidenziata la spiritualità moderna delle congregazioni tanto da distinguerle da quelle medievali. Infatti esse, assimilando in pieno lo spirito della "devotio moderna", il dire di due grandi vescovi veronesi (Gian Matteo Giberto e Luigi Lippomano) e di altri eccellenti vescovi, sviluppavano quanto dettato dalle conclusioni del Concilio di Trento.Documenti risalenti al 1647 attestano la presenza nella parrocchia di Bussolengo di una Confraternita detta de' Quaranta.
E' il nome assunto dalle Confraternite della Beata Vergine Maria e del Corpo di Cristo una volta aggregate fra di loro. A questa aggregazione, sembra, che non abbia aderito da subito la Confraternita del Sacratissimo Rosario.
Per avere notizie in merito bisogna attingere ad un documento del 1804 nel quale si legge in modo netto e chiaro: "... tutte tre aggregate in una sola detta de Quaranta". La scelta del nome Confraternita dei Quaranta era dovuta all'esercizio dell'adorazione eucaristica delle "Quarantore" che nel corso dei secoli aveva assunto una grande importanza nella pastorale di ogni parrocchia.
L'intento di dare ordine e praticità al rito dell'adorazione eucaristica insieme alla constatazione che "anticamente la Compagnia del Santissimo era chiamata delle 40 ore", come riportato da documenti del 14 settembre1692, suggeriva la decisione di eleggere "Quaranta Confratelli Reggenti" alla guida delle tre Confraternite e l'attribuzione del nome di "Logo de' Quaranta" alla cappella del Santissimo che verrà costruita nella Pieve nel secolo XVIII.
 
La Confraternita del Santissimo Sacramento.
A questo punto e' giusto fare un passo indietro per introdurre la nascita delle Confraternite del Santissimo Sacramento che non erano altro che la continuità delle Confraternite del Corpo di Cristo.
Sul finire del XV secolo due francescani, Cherubino da Spoleto e il beato Bernardino da Feltre, quali zelanti propagatori della fede nella reale presenza di Gesù Cristo nel segno eucaristico, promuovevano la pratica pubblica del Santo Viatico che in processione veniva portato nelle case degli ammalati. Dalle processioni del Corpo di Cristo e del Santo Viatico prendeva corpo e motivazione la Confraternita del Santissimo Sacramento, strutturata attorno alle seguenti obbligazioni: partecipare alla processione del Corpus Domini, accompagnare il Santo Viatico con la torcia accesa, assistere alla messa solenne celebrata la terza domenica di ogni mese con lume acceso durante l'elevazione, partecipare a una solenne processione eucaristica nel primo venerdì dopo la festa del Corpus Domini, preparare alla comunione i confratelli infermi, recitare ogni settimana un Pater, un Ave e un Gloria.
Nel 1501 veniva costituita la prima Confraternita del Corpo di Cristo nella chiesa di San Damaso in Roma. Sempre a Roma il domenicano fra' Tommaso Stella nel 1538 ne fondava una omonima nella chiesa di Santa Maria della Minerva. Approvata il 30 novembre dell'anno successivo da papa Paolo III ed arricchita di indulgenze, quest'ultima veniva presa a modello da tutte le Confraternite similari. Il Concilio di Trento ne favorirà l'istituzione in ogni parrocchia.

Nella Pieve di Bussolengo, come in precedenza detto, una Confraternita del Corpo di Cristo era attiva già dal 1529. Essa si manteneva grazie alle sole elemosine dei fedeli. I suoi iscritti avevano il principale dovere di svolgere i compiti più sopra descritti. Per le processioni veniva utilizzato un bel tabernacolo d'argento e una lampada. Per le funzioni notturne, venivano utilizzate anche quattro torce per illuminarne il cammino.
Sulla destra dell'altare maggiore vi era una cappella in cui veniva custodito il Santissimo Sacramento innanzi al quale ardeva giorno e notte una lampada (da disposizioni di mons. Agostino Valier del 9 gennaio 1567: "sia tenuta costantemente accesa una lampada"). Al Priore il compito di rifornirla d'olio.
Circa un trentennio dopo, il Santissimo veniva conservato in un tabernacolo di legno posto sopra l'altare maggiore. In questo stesso anno, 1595, nella parrocchia veniva costituita la Confraternita delle 40 ore.
La stranezza di tale costituzione stava tutta nel fatto che nella Pieve era gia' presente una Confraternita del Corpo di Cristo. Molto probabilmente la motivazione va ricercata nella suddivisione delle funzioni da espletare: alla Confraternita del Corpo di Cristo era assegnato il compito di solennizzare le processioni, mentre la Confraternita delle 40 ore doveva impegnarsi nella particolare organizzazione del rito dell'adorazione della durata ininterrotta di quaranta ore. Un compito, quest'ultimo, che richiedeva un certo impegno sia per dare il massimo splendore con lampade e fiori all'altare ove veniva esposto il Santissimo Sacramento, sia per provvedere ai turni di adorazione.
Nel corso degli anni, queste due confraternite sempre piu' associate, finiranno con il fondersi insieme, dando origine alla Confraternita del Santissimo che appare per la prima volta a Bussolengo nel 1656.
La documentazione attinente, che parte dal 1692, essendo stati perduti gli statuti più antichi, attesta che la Confraternita del Santissimo si governava con gli stessi ordinamenti delle altre tre, ovvero delle Confraternite del Corpo di Cristo, della Beata Vergine Maria e del Sacratissimo Rosario.
Nello specifico la Confraternita del Santissimo manteneva la cura del proprio altare, si preoccupava dell'approvvigionamento delle cere e dell'olio per le proprie lampade e torce, si impegnava nell'organizzazione delle "Quarantore" e nella solennizzazione delle processioni eucaristiche.
Guidata da un Priore, un Sotto Priore, un Cancelliere, due Ragionieri e quattro Mazzieri la Confraternita possedeva un gonfalone e stendardo propri (dei quali non e' dato conoscere i colori) e quattro mazze dorate.
I Confratelli, a partire dal 1760, indossavano una divisa composta da un abito bianco, una mantellina rossa con cappuccio e il cingolo rosso. Come prima volta, trova forte emozione ricordare la visita pastorale del 1762: sei confratelli del Santissimo vestiti della nuovissima divisa reggono il baldacchino a proteggere il vescovo monsignor Nicola Antonio GIUSTINIANI nel momento in cui si appresta ad entrare in chiesa per la solenne celebrazione. Una tradizione, questa, che giunge fino a noi e che prevede ancora l'uso del baldacchino nella processione del Corpus Domini.
La Confraternita del Santissimo acquista una tale importanza primaria da sopravvivere al decreto del 1807 di Napoleone Bonaparte che prevedeva lo scioglimento delle aggregazioni religiose: essa e' l'unica Confraternita di Bussolengo che sfugge alla soppressione. Un salvataggio importante e forse anche basilare considerato l'impegno profuso dalla Confraternita del Santissimo. Essa, oltre ad esserne il pilastro, partecipa attivamente all'arricchimento della storia di Bussolengo nei secoli a venire.
 
La Confraternita del Sacratissimo Rosario.
Come gia' accennato, documenti della parrocchia di Santa Maria Maggiore attestano che nel 1578 e' presente nella Pieve la Confraternita del Sacratissimo Rosario definendola "ben governata". Definizione, questa, da farla ritenere di qualche anno più anziana visto che nasce sull'onda dell'entusiasmo suscitato dalla vittoriosa battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. La storia di queste aggregazioni risale alla fine del 1100 e si divide tra tradizione popolare e realtà.
La prima, identificato in San Domenico di Guzman il fondatore, fa del Rosario una leggenda raccontata dai parroci, ripetuta di generazione in generazione, illustrata nei dipinti. La seconda rispecchia la realtà che racconta di questa devozione non dovuta a San Domenico bensì ai suoi monaci da sempre dediti alla propagazione della devozione alla Madonna.
Una volta rinnovate con San Pietro da Verona le antiche confraternite mariane, dette domenicane, capeggiate dal monaco Aiano della Rupe, nel XV secolo costituiscono la Confraternita del Sacratissimo Rosario.
Appropriatosi del titolo di vero fondatore, il nostro monaco, rinnovato l'antico fervore delle vecchie aggregazioni mariane, pone come regola principale della Confraternita la recita quotidiana del "salterio mariano meditato".
  

Il salterio consisteva nella recita di 150 Ave Maria fino alla frase "fructus ventris tui Jesus" (all'epoca, l'Ave Maria, era limitata solo alla prima parte) ad imitazione della recita dei 150 Salmi della Bibbia. Come per i Salmi, al termine di ogni Ave Maria si recitava un'antifona mariana o versetto biblico riferito alla Madonna quale tema di meditazione.
Ad un certo punto del suo fare, Alano della Rupe, comprende la fatica della popolazione illetterata nel memorizzare tutte le 150 antifone in latino e sostituisce le antifone con formule in volgare dedicate alla vita di Jesu' e della Madonna.
Nasce cosi una pratica devozionale detta "Rosario" dal nome di una corda a nodi che veniva utilizzata per contare le 150 preghiere a Maria.
Conosciuto anche con il nome "de la Roche", Alano nel mese di maggio del 1475 si trova a Douai, in Francia, nella locale Confraternita mariana per illustrare e propagandare la pratica del salterio mariano meditato senza dimenticare di affermare, con le sue prediche, di aver ricevuto il mandato dalla Madonna stessa nel 1464 durante un'apparizione. Douai diventa sede della prima Confraternita mariana del Rosario.
Morto il 7 settembre dello stesso anno, l'opera di Alano viene completata dal confratello padre Giacomo Sprenger. Priore dei Domenicani di Colonia, padre Giacomo sostituisce le 150 antifone o formule di meditazione con quindici "misteri" dolorosi, gaudiosi e gloriosi da enunciare prima di ogni decina di Ave Maria. Lo stesso padre Giacomo istituisce una seconda Confraternita del Rosario a Colonia facendo del convento un punto base della propaganda del Rosario meditato.
  
La Confraternita, accreditata di grande prestigio, incontra i favori di papa Sisto IV che emette una Bolla di plauso il 30 maggio del 1478 e raccomanda, con la Bolla "Eaquae" inviata l'8 maggio dell'anno successivo al Duca di Bretagna, la devozione del Rosario concedendo indulgenze a quanti recitavano tutte le 150 Ave Maria.
Nel 1480, il monaco domenicano Giovanni di Erfordia, lasciato il convento di Colonia, si porta a Venezia e fonda la prima Confraternita italiana del Rosario nella chiesa di San Domenico di Castello.
A Bussolengo, la storia della Confraternita del Sacratissimo Rosario e' connessa in tutto alle confraternite già descritte: stesse Regole ed amministrazione, stessi registri. Essa viene accettata quale una sorella minore grazie allo straordinario prestigio proveniente dal suo carattere specifico di devozione mariana.
Priva di una divisa e di direttive, i suoi iscritti vestivano come i confratelli delle altre due. Nelle processioni avevano un proprio stendardo e un gonfalone; le loro mazze erano di legno dorato. Alla Confraternita potevano aderire ecclesiastici che secolari, ricchi e poveri, uomini e donne senza nulla pagare per evitare l'esclusione dei poveri. L'impegno di ogni iscritto era quello di recitare l'intero Rosario (150 Ave Maria e 15 Padre Nostro) una volta alla settimana. L'inadempiente, in quella settimana, perdeva i suffragi spirituali dei confratelli.
La Confraternita aveva un Priore, un Sottopriore, un Cancelliere e due Mazzieri. La loro elezione avveniva la domenica successiva a quella degli incaricati delle Confraternite del Corpo di Cristo e della Beata Vergine Maria. 
La secondaria importanza della Confraternita del Sacratissimo Rosario rispetto alle altre due era messa in risalto anche dall'ordine di precedenza nelle processioni e dalla mancanza di "rendite" e di "obblighi".
La dimostrazione di tale "povertà" si ha nel momento in cui cade nelle maglie dei Decreti napoleonici: il essa è accreditata di un capitale pari a sole 954 lire in valuta di Milano. 
Causa i Decreti d'oltralpe, viene soppressa nel 1807. Verrà ricostituita nel 1898.
 
Compagnia della Dottrina Cristiana.
Quando il pio laico milanese Marco de SADIS CUSANI nel 1560 apre la prima Scuola di Dottrina Cristiana, nella chiesa di S. Apollinare a Roma, a Milano il sacerdote don Castellino di Castello aveva già istituito la prima Confraternita della Dottrina Cristiana (1536).
  
Ma Bussolengo, confermando la sua tendenza ad essere precorritrice degli eventi, si inserisce nella lotta per il primato richiamando l'attenzione sulla visita pastorale del 24 settembre 1532 del vescovo Gian Matteo GIBERTI. Questi, durante il suo giro nel territorio, tra l'altro attestava la presenza nella chiesa di San Salvar di "un suddiacono che durante l'inverno istruisce cinquanta fanciulli del posto". Un avvenimento che anticipava di circa un secolo l'intervento del vescovo Marco GIUSTINIANI che nel 1634 ordinava: "Si insegni la Dottrina Cristiana del signor Cardinale Bellarmino distinguendo i giovani per classe, assegnando a ciascuno il suo maestro".

E' necessario però attendere il 1677 per riscontrare notizie precise sull'istituzione di una Confraternita della Dottrina Cristiana a Bussolengo. La testimonianza la si deve al vescovo Sebastiano PISANI I.
  
Strutturata come le antiche confraternite e come prescrivevano le Regole scritte nel 1590 dal vescovo Agostino VALIER (dirette sia alle Confraternite della Dottrina Cristiana gia' operanti che per quelle a venire), la Confraternita di Bussolengo nel 1762 aveva Registri, Regole, Cataloghi degli iscritti, Indulgenze e Reggenti. L'istruzione avveniva ogni domenica pomeriggio: gli uomini nella chiesa parrocchiale, le donne nella chiesa della Disciplina.
Non si conoscono disposizioni per i giovani anche se poi, nelle varie manifestazioni, questi erano sempre presenti con bandierine in mano e pronti al canto di inni e laudi.
Dalla loro emanazione le Regole, pur mantenendo l'impostazione di fondo, subirono revisioni ed amplificazioni di vario genere come quella del 1646 del vescovo Marco GIUSTINIANI alla quale hanno fatto seguito quelle del 1669, 1703, 1751 dovute ai vescovi Sebastiano PISANI I, Giovanni Francesco BARBARIGO e a Giovanni BRAGADINO. L'ultima formulazione di queste Regole, promulgata nel 1831, la si deve al vescovo di Verona monsignor Giuseppe GRASSER che, con il suo intervento, ha il merito di unificare l'ordinamento di tutte le parrocchie della diocesi esclusa la parrocchia di San Zenone di Minerve: le Regole esclusive che venivano osservate in questa chiesa, erano state scritte nel 1810 da don Giuseppe Maria Belloni.
Nella documentazione relativa alla vita e alle istituzioni della parrocchia di Santa Maria Maggiore, nella quale viene posta in evidenza la presenza di "Registri della Scuola", interessante diventa la relazione del 1677, scritta da don Francesco Buggio al vescovo. In essa si riscontra l'omissione di un qualsiasi accenno riferito alla presenza della Compagnia della Dottrina Cristiana nella parrocchia di Bussolengo. Questo a significare che la Compagnia non era più una Confraternita nel senso classico del termine, ma aveva acquistato i requisiti giusti di un organismo idoneo ad istruire tutti i battezzati della comunità.
Malgrado la "trasformazione", la Scuola della Dottrina Cristiana risentirà del decreto distruttore napoleonico, subendolo al pari delle altre Confraternite. In qualche modo riesce a sopravvivere grazie all'intervento del vescovo Innocenzo LIRUTI che l'aiuterà a proseguire nella sua opera di istruzione religiosa.  
 
Confraternita del Carmine.
Tramite dei... "si dice"... e' giunto fino a noi l'interesse che i vescovi rivolgevano alle attività della Pieve di Bussolengo. Sembra infatti che questa comunità fin dall'inizio abbia impressionato i vescovi veronesi per l'ottima istruzione da sempre dimostrata nella conoscenza del Catechismo e sulle verità della fede cristiana, tanto da indurre i vescovi ad accertarsi personalmente del grado di istruzione della popolazione, interrogando uomini e donne, fanciulli e fanciulle. Un primato che si protrasse per tutto il XVIII secolo.
Nel periodo delle Crociate, sull'esempio del profeta Elia, vissuto in preghiera sul Monte Carmelo, in Palestina, alcuni reduci delle guerre, condotte per la liberazione di Gerusalemme, pensarono di ritirarsi su quello stesso monte per condurvi una vita da eremita con il conforto della preghiera e della contemplazione. La profonda devozione alla Madre di Gesu', considerata "modello" da imitare per sentirsi seguaci di Cristo, indusse questi ex crociati a dare vita all'Ordine Carmelitano. Costretti a lasciare la Palestina causa la conquista mussulmana, i Crociati rientrarono in Europa mutando la loro vita da eremitica in comunitaria, pur mantenendo l'originaria impronta mariana, fondando un Ordine religioso in onore di Maria.
Anche in questo caso, scarseggiano notizie sulla storia di tali aggregazioni tanto da non poter tentare alcuna ricostruzione né della loro origine nè di quella della Confraternita del Carmelo. La loro incredibile diffusione prende l'avvio intorno alla metà del XV secolo con la messa in circolazione della notizia di due apparizioni della Madonna. La stranezza di queste apparizioni saltate fuori dopo tanto tempo dell'evento, non crea dubbi, anzi lascia spazio ad un enorme straordinario effetto da indurre le genti a far diventare, la devozione alla Madonna del Carmelo, una delle forme più popolari e diffuse della pieta' mariana.
Le prime notizie riguardanti la presenza in Bussolengo della Confraternita del Carmine (semplificazione dell'originale "Beata Vergine del Monte Carmelo") si devono alla visita pastorale fatta dal vescovo Sebastiano PISANI I, il 1 4 maggio 1656.
Costituita nella chiesa della Disciplina, la Confraternita aveva un proprio altare intitolato alla Beata Vergine del Carmine, sul quale svolgeva le proprie funzioni.
Consultando un "Registro delle Messe" dell'archivio della parrocchia di Santa Maria Maggiore di Bussolengo, si viene a sapere che la Confraternita, dopo essersi aggregata il 7 marzo 1682 all'Ordine dei RR. PP. della Madonna del Carmelo, il 7 febbraio 1683 venne trasferita all'interno della Pieve e formalmente ufficializzata "il soprascrito giorno e anno e' stata istituita la Compagnia del Carmine da P. Giovanni Rocchetto Carmelitano Baccelliero della Sacra Teologia veronese, co la sua predica, Procession; et fu fondata all'Altar di Giesu' della Parochiale di Bussolengo".

La Confraternita riesce ad avere il proprio altare nel 1710; non ha rendite nè oneri e si mantiene grazie alle elemosine dei fedeli. Grazie ai proventi di un Legato di un certo Bartolomeo Bertame', l'altare dedicato alla Beata Vergine Del Carmelo viene rifatto nel 1718: adesso e' in marmo ed e' illuminato da una lampada in argento (dono del Bertame').
Come tutte le aggregazioni di questo tipo, anche quella del Carmelo aveva Regole proprie che purtroppo non sono giunte a noi. Le supposizioni che si possono fare sulle devozioni della Confraternita del Carmine sono da collegare alle confraternite simili di altri luoghi. La caduta della Serenissima sancisce la soppressione della Confraternita del Carmine.
Lo scapolare dei Carmelitani.
Indumento costituito da due grandi rettangoli di tessuto uniti da due strisce dello stesso elemento che vengono passate sulle spalle (in latino scapulae, da cui il suo nome scapolare) lasciando cadere i due rettangoli lungo la persona, sul dorso e sul petto. Nell'Alto Medio Evo i servi indossavano sulla tunica una corta casacca i cui colori individuavano il loro padrone: era un segno di appartenenza e allo stesso tempo una garanzia di protezione.La Madonna, Maestra di autentica inculturazione, raccolse questa ricca simbologia e la caricò di uno stupendo significato spirituale e soprannaturale.Era il 1251: l'Ordine del Carmelo, trasportato in Europa dalla Terra Santa, era circondato da ostilità ed opposizione e rischiava di estinguersi. In preda alla più grande angoscia, il suo Priore Generale, l'inglese San Simone Stock, di rivolse alla Vergine componendo per Lei l'inno Flas Carmeli.
La Madonna, ascoltato il suo grido, gli apparve con in mano uno scapolare che porse a Simone aggiungendo la promessa: "Ricevi figlio dilettissimo lo scapolare del tuo ordine, segno della mia fraterna amicizia, privilegio per te e per tutti i carmelitani. Coloro che moriranno rivestiti di questo scapolare non andranno nel fuoco dell'inferno. Esso e' un segno di salvezza, protezione e sostegno nei pericoli e di alleanza di pace per sempre".
  
Dopo qualche decennio lo scapolare si arricchisce di un nuovo grande valore grazie alla Madonna che appare al Papa Giovanni XXII assicurandogli un privilegio speciale per i devoti dello scapolare: "Io Madre di bontà, scenderò il primo sabato dopo la loro morte e quanti troverò nel Purgatorio, libererò e condurrò al monte santo della vita eterna". Privilegio confermato canonicamente nel 1322 dallo stesso Papa con un documento ufficiale cosiddetto "Bolla Sabatina".
 
Altre Confraternite.
Da una minuta esistente presso la Curia di Verona si viene a conoscenza della presentazione, nel 1673 al Vicario Generale del vescovo di Verona da parte di alcuni fedeli di Bussolengo, della domanda di formazione della Confraternita della Santissima Trinità per la redenzione degli schiavi. La mancanza di documenti successivi non permette di conoscere l'esito della domanda. Ottenuto in donazione dal Comune di Bussolengo il terreno dove un tempo sorgeva la Bastia veneziana, i Frati Minori dell'Osservanza vi si stabilirono dopo aver costruito, tra il 1596 e 1614, il convento e ristrutturato-ampliato la chiesa di San Zeno alla Bastia.
Iniziata quindi un'intensa attività di predicazione, si fanno conoscere in parrocchia e nei paesi vicini per lo spirito di fede, di semplicità, di povertà, di penitenza e di pace così come era stato insegnato loro da San Francesco. Forti della popolarità acquisita, nel 1675 si fanno promotori della Confraternita "Venerabile Compagnia di San Francesco".
Governata da un Priore, da un Cancelliere, da due Banchieri, da due Ragionieri, da quattro Mazzieri e da un Sagrestano, è retta da trenta Reggenti. Ad essa possono aderire sia gli abitanti di Bussolengo che di altri paesi rispettando l'essere dell'Ordine religioso che, così come consente di poter predicare ovunque, allo stesso modo può invogliare in qualunque luogo le persone ad aderire. Anche questa confraternita viene colpita dal decreto napoleonico del 1806, ma non lo vive in quanto, causa il decreto di concentrazione degli Ordini possidenti e l'allontanamento della Comunità di San Bernardino di Verona, scompare da Bussolengo nel 1805 per non essere più ricostituita.
Un documento del 1690, che registra una donazione in denaro alla Compagnia del Cordon di San Francesco, è la prima attestazione dell'esistenza di tale compagnia a Bussolengo.
Di detta compagnia, non si conoscono Regole e Registri così come non sono stati tramandati elenchi degli adepti. Molto probabilmente perchè inserita nell'organizzata Venerabile Compagnia di San Francesco.

L'iscrizione alla confraternita non impone limitazioni ma semplicemente chiede di indossare di continuo il cordone benedetto dell'abito francescano, quale segno,di legame interiore con Cristo, e di vivere devotamente recitando giornalmente un Padre Nostro, una Ave Maria e un Gloria Patri davanti al Santissimo Sacramento e della recita della Corona della Madonna (settantadue Ave Maria, otto Padre Nostro e un'Ave Maria espressamente dedicata al Papa).
Dopo la chiusura del convento e la soppressione delle confraternite dovuta a Napoleone, a Bussolengo non si sentirà più parlare della Compagnia del Cordon di San Francesco. 
 
A seguito di una visione, San Francesco chiede a Gesù Cristo la concessione di una Indulgenza plenaria a quanti avessero "visitato" la Porziuncola, prima sede dell'Ordine dei Frati Minori fondato dal Santo il 4 ottobre 1226. Ottenuto quanto richiesto tramite Papa Onorio III, nasce il Perdon d'Assisi in seguito esteso a tutti coloro che avrebbero visitato una chiesa francescana (Papa Gregorio XV, 1622). Dando seguito alla richiesta dei responsabili della Confraternita dei Disciplini di Bussolengo che chiedevano di costituire la Compagnia del Perdon d'Assisi, il Capitano di Verona Aloise CONTARINI il 29 settembre 1760 autorizzava una rappresentanza di cinquantacinque confratelli maschi della confraternita ad aggiungere alcuni capitoli alle loro Regole in modo da poterle applicare alla nascente compagnia.
 
Dopo due anni, il 30 dicembre 1762, nasceva ufficialmente a Bussolengo la Compagnia del Perdon d'Assisi con sede nella chiesa di San Valentino. L'evento veniva sottolineato da una grandissima processione che si snodava lungo il percorso parrocchia di Santa Maria Maggiore - chiesa di San Valentino. Una parata alla quale hanno partecipato con le statue di Madonne e Santi, il Crocefisso, le torce, i gonfaloni, gli stendardi e mazzieri, i confratelli e le consorelle delle tre confraternite parrocchiali (che per l'occasione indossavano le nuove divise bianche, il rocchetto, il cappuccio e il cingolo rossi); gli iscritti della Confraternita dei Disciplini e la Compagnia del Carmine: i primi con l'abito grigio scuro ed incappucciati, gli altri con lo scapolare al collo. Naturalmente non mancavano i confratelli della Compagnia di San Francesco in saio e cappuccio marrone, i frati e don Francesco BERNAREGGIO, novello pastore della parrocchia, con i chierici ed una gran moltitudine di fedeli.
Attribuendo grande valore alla ricorrenza del 2 agosto, festa della chiesa di Santa Maria degli Angeli di Assisi, i Frati di Bussolengo esortavano i fedeli "tanto chi porta quanto chi non porta il cordoncino ma che prima sia veramente contrito, confessato e comunicato" a frequentare la chiesa di San Francesco e a "fare i passaggi" per l'acquisto dell'Indulgenza plenaria. Una pratica che riscuoteva notevole consenso tra la popolazione tanto da indurre i Disciplini ad istruire una sorta di lotteria: ogni anno, la prima domenica di luglio, fra i confratelli e le consorelle, veniva estratto a sorte un numero di persone pari ai confratelli e alle consorelle morte l'anno precedente ed inviato ad Assisi per compiere "il Santo Passaggio". Una tradizione che continua ancora essendo sopravvissuta alla confraternita.
 
Don Turri.
Si potrebbe chiudere qui, questo "racconto", ma risulterebbe "mancante" di un qualcosa di fondamentale se non si accennasse alla storia di un prete. Far ricorso alla riconoscenza invece che al dovere, è il meglio che si possa fare quando si deve parlare del "nostrano" padre Giuseppe TURRI (1790 – 1863).
Anzi, se vogliamo comprendere e valutare meglio il grandioso lavoro fatto da questo personaggio costretto ad operare in un periodo storico non certo facile visto che comprende (quasi) tutto il periodo del nostro Risorgimento, più che della "sua" storia, si deve parlare delle "sue" date.
Giuseppe TURRI, combattente per natura, alle leggi napoleoniche che impongono la chiusura delle varie congregazioni, affianca la sua tenacia di prete. Predicatore per formazione, agli avvicendamenti storici in continua evoluzione, fa da guida alla contrapposizione dello sviluppo religioso della comunità.
A lui si deve la riapertura al culto della chiesa di San Valentino (1807), la ricomparsa di Ordini, Congregazioni e Confraternite di vario tipo: i Padri Redentoristi (1816), le Suore Ancelle della Carità, i Figli di Maria Immacolata (1853) invitati ad occuparsi della futura casa-ospizio la quale verrà presa in possesso dai Pavoniani nel 1855.
Nel frattempo il nostro prelato riesce a mettere a segno altri importanti colpi agevolando l'arrivo a Bussolengo delle Suore della Nigrizia, delle Suore di Maria Bambina e delle Suore della Sacra Famiglia. A queste spetta il titolo di "ultima testimonianza" di suore "operative" nella nostra comunità.
Un impegno quello del Turri, che inserisce nella comunità una folta rappresentanza di persone consacrate che, con dedizione, hanno contribuito al progresso evolutivo, economico e sociale di Bussolengo.
L'infaticabile attività di questo Don si chiude il 3 luglio 1863: ospite dei Padri Redentoristi, muore semi cieco e quasi dimenticato.

In chiusura alcune informazioni di carattere generale in funzione del numero e  della natura di queste confraternite che, oltre a differenziarsi da sodalizio a sodalizio, molto spesso si rivelano custodi di tradizioni ultrasecolari.
Il "presidente" dell'associazione (che il Codice di Diritto Canonico definisce "Moderatore"), oltre che col nome di "Priore" può essere detto "Governatore", "Camerlengo", "Rettore", "Superiore" ecc., così come gli "assistenti" (consiglieri) possono essere chiamati Guardiani, Officiali, Banchieri, ecc.
L'Autorità ecclesiastica competente può conferire ad una congregazione l'ulteriore appellativo di distinzione di "Venerabile": è quindi importante chiarire che esso spetta solo se espressamente conferito e non per il solo fatto di essere una pur rispettata Confraternita.
Per il Codice di Diritto Canonico la Confraternita acquista personalità giuridica distinta da quella dei suoi singoli aderenti. Ma non è la persona giuridica secondo il diritto civile, se non è riconosciuta anche dallo Stato. La Confraternita munita di personalità giuridica ecclesiastica - ai sensi del Canone 120 § 1 del Codice di diritto Canonico - si estingue o per soppressione da parte dell'Autorità o per scioglimento volontario, altrimenti per inattività dopo cento anni dalla morte dell'ultimo iscritto.
La Conferenza Episcopale Italiana, decreto in data 14 aprile 2000, ha proclamato la Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d'Italia, associazione che oggi comprende gran parte delle Confraternite italiane. La Confederazione tra l'altro è stata dotata anche di un proprio organo d'informazione, la rivista trimestrale Tràdere, il cui primo numero è uscito nel mese di ottobre 2007.

 
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
- "Bussolengo Prima Pagina", raccolta di pubblicazioni del Centro culturale A. Bacilieri;
- "Bussolengo, Appunti Monografici" di Mons. Angelo Bacilieri;
- "Bussolengo" di Mario Franzosi;
- "Bussolengo – Immagini di Storia" del Comune di Bussolengo;
- "Archivio" di Santa Maria Maggiore di Bussolengo;
- Pubblicazioni ed appunti vari di Elio Bonizzato.

Scopo principale dell'articolo: "rinfrescare" la memoria dei bussolenghesi su un passato da non dimenticare, partendo dalla volontà di tramandare alle generazioni future il patrimonio di cui noi siamo custodi oggi.
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