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Indice articoli

LaFILANDA

Ripercorrere il ciclo vitale del baco da seta vale lo scorrere di una parte della storia di Bussolengo. Meglio: giova a scoprire il lato etnico di una popolazione che rispecchia parte del proprio essere nella saga della famiglia Danese, fondatrice nel 1888 della filanda.

 FamigliaDanese Albero

Testimonianze
- “Il vecchio signor Alfredo era troppo burbero, ma buono, ci lasciava cantare e parlare durante il lavoro; quando moriva una filandina, in quattro venivamo pagate per andare al funerale.
- “Forse, scherzando, ma con molto senso pratico, le famiglie di Bussolengo regolavano l'orologio con il fischio della filanda."
- “Le donne che lavoravano alla filanda non erano considerate buone donne di casa: nelle famiglie si sconsigliava ai figli maschi di sposare una filandina in quanto poco abituata a stare in casa no je gnanca bone de tirar le paparele e de ponciar gnanca parlarne co le mane che le ga.” (La verità era che lavoravano in filanda e anche in casa).
- “Quasi tutte le famiglie bussolenghesi allevavano in casa i cavaleri. In molti casi costituiva l'unica entrata finanziaria della famiglia. I soldi ricavati erano destinati all'affitto di casa per un anno.
- “Ricordo di un tentativo di sciopero causa l'acqua delle bacinelle troppo calda: dopo una discussione sindacale, le scioperanti furono licenziate.
- “I titolari sono stati sempre molto rispettosi dei dipendenti: il vecchio signor Alfredo ci ha portato in gita alla Madonna della Corona. Con il signor Emilio siamo state a Venezia.
- “In genere tutti i Danese erano molto severi, ma anche precisi nei confronti dei dipendenti: è stato il Cavaliere Alfredo Danese a volere la casa di riposo per le filandine. All'inaugurazione, avvenuta un anno dopo la sua morte, erano presenti le autorità e la banda cittadina. Io portavo la bandiera.


RIVIVERE LA FILANDA!
LaFILANDA ParticolareLa mossa (felice) di rinfrescare la memoria di molti bussolenghesi e di riflesso tramandare ai posteri un preciso periodo storico di Bussolengo, è dovuto al progetto della signora Bruna PASSERINI e di Benigno TOFFALETTI i quali si sono rivolti al sottoscritto per magnificare, con inserti storici, il trentesimo anniversario della Parrocchia di Cristo Risorto (2010).
Da qui l'idea di allestire un padiglione dedicato alla storia della Filanda, prima industria di Bussolengo e polo economico rimarchevole per la popolazione locale, in una cornice di carrozze in voga nello stesso periodo (fine '800 – prima metà del '900): una splendida “Milord”, un bellissimo “Landau” con optional "lacchè”, la veloce “Pistoiese” e la spartana “Military”.
Fondata da Alfredo DANESE nel 1888, la filanda, in sinergia con attività “esterne” ed “interne”, ha favorito un dinamico rendimento, fin dall'inizio soddisfacente sia per i profitti dell'azienda sia per l'economia del luogo.
Svolto dalle donne di casa, il lavoro “esterno” (oggi lavoro “nero”) dava modo di migliorare la condizione economica familiare. Decisamente “casalingo” e umile, questo lavoro di semplice attuazione, ma pesante nello svolgimento, non premiava: le donne erano “poco considerate” causa soprattutto per l'odore che emanavano: "Le spussa de caaler!".
L'iter lavorativo esterno iniziava a metà aprile con il ritiro delle uova di bruco (semensa) alla filanda e la suddivisione dei ruoli fra i familiari.
Prima che si arrivasse all'incubazione per la schiusa delle uova. Il compito di far nascere il baco spettava alle donne più anziane le quali provvedevano ponendo le uova fra i cuscini del letto o fra il corpetto e la camicia che indossavano. Non appena nate, le larve venivano distribuite su piccole stuoie circolari (tondi) dislocati in ogni angolo utile della casa ed alimentate con foglie di gelso (morar) finemente tritate. Importante in tale periodo era mantenere areati gli ambienti.
In contemporanea, iniziava la costruzione delle intelaiature verticali (peagnare) nelle quali venivano disposte orizzontalmente i graticci di canne (arele). In questo periodo, era normale sentire fra la gente scambiarsi frasi del tenore "Sora le arele i caaleri i magna? , Com'è i toi caaleri? , Magnali? "
Dette strutture, necessariamente collocate in locali caldi, venivano montate in zona cucina e camera da letto costringendo la famiglia in altri spazi o, addirittura, a trasferirsi presso parenti.
Per il mantenimento dei caaleri si ricorreva alle foglie di gelso (morar). Lavoro né facile né leggero. Molta era l'attenzione da prestare nella scelta delle foglie, nell'evitare di rompere i rami, nel loro trasporto e... nel contrattare il prezzo! Rubarle? Chi osava, rischiava il diritto al voto!
Durante la raccolta delle foglie non era raro ascoltare frasi del seguente tenore: "Celestina ven da baso che è arrivato il tuo primo amor... ".
LaFILANDA TajaFojaMan mano che i bachi crescevano, dai tondi venivano trasferiti sulle arele ricoperte da foglie di gelso e, mentre gli uomini e i ragazzi andavano a raccogliere le foglie di gelso (a pelar la foia), le donne si impegnavano a tener pulita la lettiera, areare i locali e a foraggiare con foglie fresche i bachi che, crescendo in modo incredibile, venivano diradati su altri graticci appositamente aggiunti. Trascorso un mese circa, il baco era pronto per fare il bozzolo (galeta), ovvero era giunto il momento di mettere le fascine di sterpi (bosco) dato che il baco, colto dal “sonno della seta”, non mangiava più, “girava la testa” quasi a cercare il bosco.
Raggiunto il bosco, il baco si ancorava ad uno stelo e iniziava ad avvolgersi fino a creare il bozzolo. Dipendendo dalla temperatura e dall'umidità, questa operazione si svolgeva in otto/dieci giorni.
I bozzoli raccolti venivano puliti (spelaia), suddivisi per qualità o scartati.
Secondo un calendario prestabilito la filanda, provveduto al loro ritiro, dava il via al lavoro “interno” introducendo i bozzoli negli essiccatoi: operazione essenziale per evitare alla crisalide di trasformarsi in farfalla e quindi di uscire dal bozzolo rompendolo.
Dagli essiccatoi i bozzoli passavano alla fase cernita, durante la quale si eliminavano gli scarti (bozzoli schiacciati schisete, bacati o doppi dopioni ovvero con due crisalidi) prima di essere immersi in acqua calda a 80° circa per sciogliere la sericina (la gomma) che li ricopre.
Tramite una spazzola rotante a pelo d'acqua l'operaia (scopinatrice) preposta raccoglieva i capi-bava formando dei ciuffi di fili e dopo aver strappato loro la parte superiore li appendeva ad un sostegno pronti per l'intervento della filatrice (filera).
LaFILANDA ArelaSeduta di fronte alla macchina per filare, la filera aveva davanti una bacinella contenente acqua calda in cui inseriva i ciuffi preparati. Raccolti 4/5 capi-bava, li introduceva dentro un piccolo foro di un bottone di porcellana che, tramite un congegno (attacca bave), attorcigliandoli, formava una fibra di seta che andava ad avvolgersi in matasse sugli aspi rotanti posti alle sue spalle.
Rispettando la consuetudine del “non si butta niente ”, le crisalidi, rimaste a nudo causa il completo srotolamento dei bozzoli, venivano destinate quale alimento per bestiame e pesci.
Le matasse ottenute, trasferite nella stanza della seta, andavano sottoposte da parte dell'addetta al controllo (provinatrice) della bontà della filatura e del titolo dipendente dal numero di bozzoli utilizzati durante la filatura.
L'eliminazione di eventuali difetti, diversità di grossezza e impurità, era compito dell'addetta alle matasse (camarina).
Definito il titolo, la seta veniva imballata ed inviata alla tessitura e/o alla tintura.

PROTAGONISTE DELLA FILANDA
LA SEDARINA. "Lavoravo nella stanza della seta e mi reputavo fortunata in quanto non dovevo lavorare con le mani nell'acqua. Il locale, tranquillo, ospitava tutte le matasse prodotte nella giornata precedente."
"Il mio compito comprendeva il controllo delle matasse con le asole per eliminare i difetti e l'effettuazione di provini per verificare l'uniformità del titolo per tutta la lunghezza."
"L'operazione consisteva nello staccare un pezzo di filo iniziale di una lunghezza ben precisa quindi si svolgeva la matassa riavvolgendola su un altro arcolaio per 400 giri. Tagliato il filo, si passava ad una nuova campionatura."

LA TACHERA. "Eravamo circa 250 persone. Lavoravamo attorno a due file di 60 bacinelle."
"Ogni bacinella aveva la propria filera, ogni quattro filere c'erano una scoatina e una tachera. Ad ogni tachera facevano capo le assistenti, gli addetti alla pulizia della seta (strusi) e coloro che cernivano i bozzoli (galete)."

LA PASSERINA. "Il mio reparto iniziava il lavoro principale nella seconda quindicina di giugno e nella prima di luglio con orari dipendenti dalla mole di lavoro da svolgere."
"Lavoravo insieme ad altre otto persone attorno ad un grande tavolo sul quale venivano rovesciate bisacce piene di galete con il compito di scartare quelle troppo piccole (non giunte a maturazione completa), o troppo grosse (contenenti due bigatte)."
"A supporto dell'intenso lavoro del periodo, venivano assunti lavoratori stagionali."


LA SCOATINA. "Mio compito era rifornire quattro filere. Prese le galete dall'apposito cesto, dovevo immergerli nel recipiente di rame (batusso) dove venivano cotti i bachi. Il batusso era un recipiente molto particolare dotato di un coperchio collegato ad un congegno meccanico rotante, sotto il quale una spazzola, girando sopra le galete, ne asportava lo sporco (strusi) liberando la bava della seta."
"Nel tempo stabilito, alzavo il coperchio e con un mestolo forato tiravo su i bozzoli caldi, li passavo nella bacinella della filera annotando le bave su appositi piolini posti sul bordo della stessa."

LA FILERA. "Era la parte di lavoro più pesante (si lavorava tutto il giorno con le mani immerse nell'acqua caldissima), ma era il meglio pagato."
"Lavoravo seduta davanti ad una bacinella piena d'acqua bollente contenente i bozzoli dei bachi morti, alle mie spalle erano due grossi arcolai contenenti fino a cinque matasse ciascuno. Quando una bava era per raggiungere alla fine, dovevo essere velocissima nello spezzarla con le dita per agganciare la nuova galeta.
Secondo il titolo del filato che dovevo ottenere, univo più o meno bave in modo di ottenere un prodotto sempre dello stesso spessore."
"Il filo prodotto dal baco non ha uno spessore costante: in tutta la sua lunghezza si presenta all'inizio, dopo aver tolto la spelaia, grosso e resistente, a metà più sottile (sguseo) mentre verso la fine diventa inutilizzabile (camisa del bigato)."
"Secondo il titolo richiesto dal compratore, dovevo unire e torcere in un unico filo tre galete più due sgusei oppure due galete e tre sgusei."

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