Ultime dal sito

22 Giu 2017
Durante la recente Festa di San Valentino il Gruppo Noi ha organizzato una bellissima mostra sulla
Scuola a Bussolengo. Leggi la Storia della Scuola nel nostro paese e la vita di un suo protagonista.
31 Maggio 2017
Per ricordare l'indimenticabile arciprete mons. Angelo Bacilieri riportiamo
l'iscrizione funebre che appare sulla registrazione della sua morte.

Maggio 2017
Due nuovi articoli interessanti: uno sull'evoluzione di due cognomi di Bussolengo,
ed uno sul Saponificio Pinali. E poi la registrazione di un Matrimonio Francese.

Marzo 2017
Tre nuovi articoli sui nostri VIP.  Vedi la relativa sezione.
San Valentino 2017
Una nuova sezione tutta da esplorare che comincia con tanta STORIA
legata a San Valentino e continua con tante altre storie!
San Valentino 2017
Al Centro Sociale una bellissima mostra sulla Scuola a Bussolengo dagli inizi
fino a pochi decenni fa. Bravo Circolo Noi. Da vedere.

Cosa mettere nella pignatta?

Una famiglia povera viveva in campagna.

Venne la guerra ed il babbo dovette partire per fare il soldato in un posto lontano.

Venne l'inverno e fuori faceva molto freddo. La mamma ed i bambini stavano in cucina, attorno al focolare.

Venne la sera. I bambini avevano fame e piagnucolavano: «mama, mama, gavemo fame, ghe pronto da magnar?», Ma la dispensa era vuota. Anche il cassettone della farina era vuoto. Per tranquillizzare i figli la povera donna mise l'acqua a bollire nella pignatta.

Venne la notte. L'acqua continuava a bollire sul fuoco e i bambini piangevano: «mama, mama, perché no buteto zò da magnar?» («Perché non metti la cena a bollire?» ).

Per tranquillizzare i figli la povera donna uscì nella corte, raccolse due manciate di sassi, rientrò in cucina e, senza farsi vedere dai piccoli, gettò i sassi nella pignatta. I bambini pensavano che nell'acqua fossero caduti dei fagioli ed erano felici. La povera donna era invece disperata e rivolse la sua preghiera alla Vergine Maria (delle rocce?). Venne l'ora di minestrar (versare la minestra nei piatti. Estensivamente: distribuire il cibo cucinato.) e dalla pignatta rotolarono nei piatti dei fagioli che così grossi nessuno aveva ricordo di averli mangiati.
E.M.

Storie di cibo e di piagnoni.

«Quando te more, te naré a catarlo su col sestelin sbuso!»,

La frase sinistra pioveva su quel bambino che davanti a un piatto di minestra si mostrava inappetente, si lamentava, si contorceva, ostentava assoluta immobilità, chiudendo ermeticamente denti e labbra con aria di sfida.

Certo però che quelle parole, usate da innumerevoli mamme e nonne del luogo, non lasciavano del tutto indifferenti i bambini di un tempo e non è escluso che ottengano ancora un qualche risultato; tanto più che fanciulli fantasiosi e creduloni ci sono sempre stati per cui bastava poco per immaginarsi a camminare su una strada lunghissima, senza fine né inizio, e con certi sassi che fanno male ai piedi, costretti a raccogliere tutto il cibo che durante la vita «l'era sta butà ìa» perché ci si era rifiutati di mangiarlo.

Ma non finiva lì: la mano pallida e stanca prendeva da terra il cibo e Io riponeva in un cestino di paglia senza fondo, il «sestelin sbuso» appunto; la punizione sarebbe stata così eterna. Alla fine, nessuna meraviglia se qualche cucchiaiata riusciva ad entrare in bocca facilmente; c'erano anzi buone possibilità che il piatto venisse completamente ripulito.

Molto fiorente e diffusa è sempre stata l'attività di cercare espedienti vari ed efficaci, per lo più racconti, per scongiurare o bloccare lamentele e disapprovazione nei confronti del cibo preparato.

Si narrava ad esempio di una mamma che era caduta in disperazione perché non trovava più niente con cui sfamare il figlioletto. Erano tempi di povertà e fame tali che indussero la donna a cucinare un topo: Io preparò ben bene, Io dispose nel piatto e quindi chiamò il bambino: «E pronto! Vieni a mangiare il riso!». Il riso?

Il bambino scrutava attentamente il contenuto del piatto; era fiducioso, era pensieroso, cercava di convincersi, ma alla fine la domanda alla mamma sorse spontanea: «Mama, ma icio nol ga mia i oci!».

E la mamma: «Tasi e magna che I'é bon!».

Di nuovo il figlioletto: «Mama, ma icio nol ga mia le rece!».

«Tasi e magna che l'é bon» replicava la mamma e così via di seguito.

«Mama, icio nol ga mia la coa!»; «Tasi e magna che I'é bon!»...

La storia poteva dilungarsi a piacere almeno finché tutte le parti del malcapitato animale non fossero state elencate; mai nessuno però ha raccontato come andò a finire: mangiò o non mangiò? Chi ascoltava la storia aveva due reazioni contrastanti: o rideva a crepapelle perché si figurava la scenetta o rimaneva sinceramente impietosito.  Molto dipendeva dal tono e dall'umore del narratore.
E.Z.
Image1 Image7 Image5 Image3 Image4 Image6 Image8 Image2

Visitatori

OggiOggi108
IeriIeri221
Da lunedìDa lunedì1369
Questo meseQuesto mese4485
TuttiTutti360373
On line ora 5
MinatoreBussolenghese
MinatoreBussolenghese